Se ne va un personaggio vulcanico, pieno di energia e di idee. Un artista che con The Prodigy ha fissato un punto nuovo nell’elettronica mondiale”. Dj Ralf non ha dubbi. Keith Flint, morto improvvisamente a 49 anni, è stata l’icona di un cambiamento radicale nel mondo musicale anni novanta. “Chi non è rimasto scioccato ascoltando un brano come Firestarter?”, racconta il disc jokey umbro al FQMagazine – fu una botta nello stomaco, una cosa mai sentita. L’impatto di quel disco, The fat of the land, il primo in cui Flint fungeva da cantante del gruppo, quel tocco punk nell’elettronica, ebbe un’eco planetaria”.

Dj Ralf ricorda poi un aspetto importante delle performance e dello stile di Flint: “Lui più che cantare, parlava. Raccontava una storia parlando. Un po’ come farebbe un rapper. A questo va aggiunto un ritmo incalzante, travolgente, velocissimo, bello da ballare. Nel mondo della musica succedono tante cose che passano senza lasciare il segno, altre invece, come Flint e The Prodigy, lasciano il segno e danno una svolta”.

Claudio Coccoluto, un altro DJ italiano che non ha bisogno di presentazioni a livello internazionale, con Flint e The Prodigy ebbe un contatto più che ravvicinato: nel 1997 aprì un loro concerto a Torino, davanti ad una bolgia infernale. “Erano nel pieno del loro successo mondiale e io ero un dj house, una sorta di simulacro da abbattere. Invece la potenza della loro musica andava oltre”, ricorda divertito Coccoluto. “Nelle prime dieci file c’erano solo punkabbestia che non sopportavano granché quello che stavo suonando. Dopo 45 minuti cominciarono ad arrivare le prime monetine. Schivato un uovo mi girai per capire perché Keith&Co non salivano sul palco. Poi in un attimo sbucarono in scena e suonarono e saltarono come pazzi per un’ora e mezza”. Anche per il dj laziale quell’esperienza musicale fu rivoluzionaria nell’elettronica: “Furono anticipatori del big beat. In quel terzo disco mescolarono recrudescenze punk, rock, dance, andando oltre il loro ambiente naturale del rave. E poi rappresentavano un messaggio un po’ anarchico nell’ambito musicale, anche se a fine anni novanta il momento sociale e politico poteva farli sembrare macchiettistici. Dissero che Smack my bitch up (uno dei brani cantati da Flint in The fat of the land ndr) incitasse alla violenza sulle donne, ma non era vero. Il testo era funzionale alla musicalità del brano. E poi, ovviamente, a questo andava aggiunta una dose di provocazione. E in questo loro erano bravissimi”.

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