Hajar Harb è un’impostora, una collaborazionista filo-israeliana che ha diffuso notizie false, diffamato e provocato tensioni? Oppure, è una giornalista che ha cercato di fare il suo lavoro a Gaza, dove nel 2018 37 suoi colleghi hanno subito attacchi e procedimenti giudiziari?

La fonte di quest’ultimo dato è il Centro palestinese per lo sviluppo e la libertà dei mezzi d’informazione che, per completare il quadro, segnala altri 40 attacchi nelle aree della Cisgiordania controllate dalle autorità palestinesi di Ramallah.

La storia inizia il 25 giugno 2016, quando l’emittente al-Masira Yemeni Tv manda in onda un’inchiesta di Harb nella quale si denuncia che famiglie facoltose di Gaza hanno distribuito mazzette all’interno del ministero della Salute controllato da Hamas per ottenere certificati di ricovero fuori dalla Striscia di Gaza, aggirando in questo modo le restrizioni imposte dalle autorità israeliane, in favore di persone che non erano affatto in condizioni gravi di salute.

Due medici querelano Harb per diffamazione e diffusione di notizie false. Nel giro di un mese, Harb viene convocata quattro volte per lunghi interrogatori. Viene insultata e minacciata, anche da medici che non erano stati minimamente sfiorati dalla sua inchiesta. Il processo inizia nell’ottobre 2016 e termina il 4 giugno 2017 con una condanna in contumacia – in quel periodo Harb è in Giordania per l’asportazione di un tumore al seno – a sei mesi di carcere e a una multa.

Harb presenta appello, chiedendo lo svolgimento di un processo alla sua presenza. La richiesta è accolta. A febbraio si sono svolte tre udienze, l’ultima delle quali lunedì 25. La quarta è prevista il 7 marzo.

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