“Tutto bene, faremo il botto”. Così diceva uno degli arrestati qualche giorno prima dell’incendio in un deposito di 13mila metri cubi avvenuto lo scorso 14 ottobre a Milano, che per l’accusa sarebbe servito per “smaltire illegalmente” i rifiuti. Mercoledì mattina la polizia ha eseguito in diverse regioni un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 15 persone, di cui 8 in carcere, 4 agli arresti domiciliari e 3 con l’obbligo di dimora nel comune di residenza.

Gli indagati sono accusati a vario titolo di traffico illecito di rifiuti, attività di gestione non autorizzata e intestazione fittizia di beni. La procura di Milano non contesta l’aggravante mafiosa, ma non è escluso che alcuni dei coinvolti abbiano avuto rapporti con la criminalità organizzata. Tra i destinatari dei provvedimenti giudiziari, ci sono imprenditori, amministratori e gestori di società operanti nel settore dello stoccaggio e smaltimento rifiuti, intermediari e responsabili dei trasporti. Come si legge nell’ordinanza del gip Giusy Barbara, a dire che “andava tutto bene e che avrebbero fatto il botto” era uno degli autisti incaricati “del trasporto illecito dei rifiuti”, parlando a un suo interlocutore qualche giorno prima del rogo.

L’inchiesta, condotta dalla squadra mobile della polizia e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, è partita dall’incendio scoppiato nel capannone della Ipb in via Chiasserini 104, nel quartiere Bovisasca, nella zona nord di Milano, e ha permesso di ricostruire un traffico illecito di rifiuti indifferenziati urbani (37mila tonnellate) che arrivavano in buona parte (38%) dalla Campania. Dopo quell’incendio, dal sito di stoccaggio si sollevò una colonna di fumo nera visibile da chilometri e per molti giorni l’aria nel capoluogo lombardo fu irrespirabile, con miasmi che arrivarono fino al centro a causa del vento. Meno di una settimana dopo i test dell’Arpa Lombardia evidenziarono “6.7 picogrammi per metrocubo/teq di concentrazione di diossine e furani dal secondo filtro prelevato dal campionatore installato nella zona dell’incendio”, un dato preoccupante se si considera che il limite di riferimento, fissato dall’Oms è di 0,3 picogrammi per metrocubo.

Come scrive il gip, è “altamente probabile” che l’incendio “sia servito per smaltire illegalmente” gli stessi rifiuti “per i sopravvenuti ostacoli (…) a trasferirli in altri siti, oppure a nascondere le prove del traffico svolto dagli indagati dopo il sopralluogo di pochi giorni prima della polizia locale e del personale di Città Metropolitana e la conseguente scoperta” della presunta discarica abusiva. Il giudice, nel suo provvedimento, ha spiegato che al momento “non sono stati ancora individuati i responsabili” di quel rogo e ha ricordato che nei giorni precedenti l’incendio “non si era proceduto al sequestro dell’intera area” come sarebbe invece stato “auspicabile”, perché il funzionario di Città Metropolitana “era privo della qualifica necessaria al compimento di quell’atto” e gli operatori della polizia locale che lo avevano accompagnato “avevano ritenuto necessario” verificare se, come era stato riferito, quei rifiuti fossero davvero stati lasciati da chi aveva occupato il capannone in precedenza.

Secondo quanto accertato dal procuratore aggiunto Alessandra Dolci e dai sostituti Silvia Bonardi e Donata Costa, sui conti della società Ipb Italia Srl sarebbe transitati 1.086.000 euro, cifra che è stata oggetto di sequestro preventivo. Tra gli arrestati c’è Aldo Bosina, 55 anni, amministratore della società, ritenuto “promotore ed organizzatore del traffico di rifiuti”. È inoltre indagato per calunnia perché, “sapendolo innocente, ha simulato tracce del reato di gestione illecita di rifiuti a carico di un dipendente straniero della società”. Soddisfatto il sindaco di Milano Giuseppe Sala, secondo il quale gli arresti sono la dimostrazione che la reazione è stata “rapida e immediata”.

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