Clamoroso a L’Avana! Chiamati ad approvare per referendum la nuova Costituzione, i cubani non solo hanno disertato in massa le urne, ma hanno anche – quando hanno votato – regalato al “no” una percentuale mai vista prima di consensi. Le cifre sono in verità impietose. Stando ai dati diffusi ieri, a metà pomeriggio, dalla Comisión Electoral Nacional, soltanto l’84,4% degli aventi diritto (9.298.277) si è presentata ai seggi domenica scorsa. E appena l’86,85% dei votanti (7.848.343) ha risposto “sì” al quesito: Ratifica usted la nueva Costitución de la República? Parallelamente eclatante, a fronte di questa disfatta, il risultato del “no”: 9%, a un passo dal fino a ieri impensabile traguardo della doppia cifra.

Sto scherzando, ovviamente. Come ampiamente prevedibile, come fin troppo facilmente previsto e come rivelato dai numeri di cui sopra – tutti rigorosamente veri, o più esattamente tutti assolutamente “ufficiali” – il “sì” alla nuova Costituzione, unica opzione con diritto di propagandare se stessa, ha vinto ieri in termini plebiscitari il referendum lanciato lo scorso luglio dalla Asamblea Nacional del Poder Popular. Ovvero: dall’istituzione che la bozza della nuova Carta Magna ha prima elaborato e poi sottoposto alla verifica d’un “ampio e trasparente” dibattito popolare.

Tanto ampio, tanto popolare e tanto trasparente da potersi oggi condensare nella trionfante realtà di statistiche che per molti versi rammentano quelle che, illo tempore, facevano eco ai grandi successi dei piani quinquennali sovietici: 1.706.872 interventi assembleari, 783.174 proposte, 666.990 modificazioni alla bozza, 32.149 aggiunte, 45.548 eliminazioni, 38.842 dubbi. Una sorta di “terremoto democratico” di voci, d’opinioni e di suggerimenti, dai quali la bozza elaborata dal Poder Popular è curiosamente uscita – miracoli del socialismo castrista – praticamente uguale a se stessa.

Tutto bene, insomma. Tutto secondo i pronostici o, ancor meglio, tutto secondo tradizione. Tutto, o quasi tutto. Perché a ben vedere non manca, nel paradosso dello scherzo, qualche brandello di verità. Se si riesumano, infatti, i dati relativi alle elezioni che si sono consumate a Cuba dal 1976 (anno d’entrata in vigore della precedente Costituzione), impossibile è non notare come le percentuali di partecipazione al voto non fossero mai, prima di domenica scorsa, scese al di sotto del 97,5%, con un’analoga (o superiore) proporzione di incondizionato assenso al regime. E come, per contro, mai le misurabili percentuali di dissenso avessero, nei rari casi in cui qualcuno s’è preso la briga di misurare il nulla, raggiunto la vetta del 3%.

Che cosa vi sia alla base di questo, chiamiamolo così, ridimensionamento del consenso popolare ufficialmente calcolato, non è facile dire. Probabilmente una miscela di elementi:

1. un autentico consolidarsi – al di là della testimonianza di pochi martiri e della storica scelta della fuga all’estero – d’un movimento d’opposizione;
2. la percezione in alto loco, dopo decenni di pratica instancabile, della ridicolaggine delle vecchie statistiche elettorali;
3. dulcis in fundo, la realtà di processi di trasformazione sociale ai quali – presumibilmente molto al di là delle cifre ufficiali  – neppure l’ossificato “immobilismo rivoluzionario” della Cuba castrista riesce a sottrarsi.

Comunque sia, un punto appare fuori discussione. I cambiamenti con la vecchia Costituzione – arrivata, come detto nel 1976, dopo oltre tre lustri di governo rivoluzionario di fatto e quindi parzialmente emendata nel 1992 e nel 2002 – sono pochi, e quei pochi non toccano in alcun modo la sostanza delle cose. Non la toccano ma in qualche modo la “gonfiano”. Senza nulla (nulla di sostanziale) cambiare, la nuova Costituzione regala infatti ai cubani 92 articoli in più (da 137 a 229) rispetto alla vecchia. E la sua lettura può tranquillamente fermarsi – come già nella vecchia – all’articolo 5, in quello che resta il punto chiave, l’architrave, il principio scopertamente totalitario dal quale tutti gli altri principi discendono. O, più esattamente, il principio che cancella tutti gli altri principi. E, con i principi, anche ogni diritto e ogni garanzia. L’articolo 5 è – nella nuova come nella vecchia Costituzione – quello che, con qualche piccola differenza, sancisce la natura e il ruolo del Partito Comunista, “avanguardia organizzata della nazione cubana” e “forza dirigente superiore della società e dello Stato”.

Nella Costituzione del 1976, quel Partito era “martiano (da José Martí, nda) e marxista-leninista” e aveva il compito di “organizzare e orientare gli sforzi comuni verso l’alto fine della costruzione della società socialista e dell’avanzata verso la società comunista”. Oggi quel medesimo partito è diventato “unico” (interessante il fatto che abbiano sentito il bisogno di sottolineare “costituzionalmente” questa ovvietà).

E da bino (martiano e marxista-leninista) è diventato trino (“martiano, fidelista e marxista-leninista”). E sebbene continui, in queste vesti, a orientare gli “sforzi comuni” in direzione del socialismo, ora non ha più l’ambizione di costruire la società comunista. Si limita, semplicemente, a “lavorare per preservare e rafforzare l’unità patriottica dei cubani”. Come già si è detto: scompare l’utopia, resta la tirannia. Se ridotta alla sua sostanza, la nuova Costituzione non è, a ben vedere, che questo: una “ripulitura” dalle scorie di quella che, della rivoluzione, era la parte più nobile e romantica. Una parte che forse qualcuno, da qualche parte, riuscirà un giorno in qualche modo a ritrovare e riaccendere.

Ma di che cos’è il preludio tutto questo? Che cosa, dopo l’approvazione di questa “inutile” nuova Costituzione, si profila nel futuro di Cuba? A questa domanda proverò a rispondere in un prossimo post.