“La mia missione è quella di recuperare un pubblico giovane, che rifiuta la Rai come se fosse un veleno e preferisce cercare l’intrattenimento sulle piattaforme over the top”. Partendo da questa premessa Carlo Freccero, direttore di Rai 2, aveva pensato che The Voice fosse un prodotto affidabile. Conduzione affidata a Simona Ventura e quattro coach: Gué Pequeno, Elettra Lamborghini, Morgan e Sfera Ebbasta. Tutto pronto o quasi per la puntata iniziale, in palinsesto per il 16 aprile.

Peccato che a Fabrizio Salini, amministratore delegato della Rai, almeno una tessera del programma non sia piaciuta per nulla. Quale? Ma quella costituita da Sfera Ebbasta, ovvio. Di certo la tragedia della discoteca di Corinaldo incombe. Le morti dei cinque ragazzini e della mamma che accompagnava la figlia 11enne sono macigni. Tanto più considerando le polemiche dei parenti delle vittime, che hanno rivolto critiche durissime al rapper. Poi ci sono i testi di alcune canzoni, nelle quali si fa davvero fatica a intravedere il limite tra volgarità e buon gusto.

Per questo Sfera Ebbasta è stato escluso dal programma. Immediatamente Fremantle, insomma la casa di produzione che si era accordata con la Rai sul cast, si è sfilata. Azione e reazione, come insegnano i professori di fisica ai loro alunni, spiegando uno dei più importanti principi della meccanica. Non è detto che alla fine non diano forfait anche Gué Pequeno ed Elettra Lamborghini, considerarato che appartengono alla Bhmg, l’etichetta fondata proprio da Sfera Ebbasta.

Ma a parte tutto la vicenda è per certi versi esemplificativa. Per esempio di come la televisione, anche di Stato, sia sostanzialmente gestita da case di produzione ed etichette. Sono loro a proporre. Loro ad orchestrare, con modalità che ricordano quelle dei procuratori calcistici.

Ma il “no” al rapper racconta anche altro. La decisione di estrometterlo dalla trasmissione ha dato l’occasione a Freccero per farci sapere qual è la sua idea di televisione. “La domanda da porsi credo sia una: la filosofia del politicamente corretto deve sempre essere il protocollo al quale la Rai si deve attenere? Io credo che questo protocollo debba essere messo in discussione”. Conclusione inequivocabile, che non sembra lasciare molte speranze a chi, ancora, pensa che la tv di Stato debba essere interessata alla qualità dei suoi prodotti. Qualità e non corsa allo share. Perché è lecito tenere in conto il gradimento del pubblico, ma non può essere quello il discrimine per promuovere oppure bocciare un prodotto. Sarà desueto ricordarlo, ma la Rai è un servizio pubblico e come tale ha il dovere di offrire qualità. A prescindere che si tratti di intrattenimento oppure di approfondimento.

L’idea che per rincorrere il telespettatore sia lecito ogni mezzo stona. La convinzione che per attirare l’attenzione del telespettatore distratto da mille distrazioni non debbano esistere preclusioni è un paradosso. Ha ragione Freccero nell’affermare che la sua missione “è quella di recuperare un pubblico giovane che rifiuta la Rai”. Sbaglia però pensando “di abbassare la posta”. Volendo offrire solo quel che una parte dei giovani chiede. Sbaglia Freccero pensando di poter sostenere il confronto con le reti commerciali. Sbaglia nel voler mettere in discussione un protocollo che a lungo ha costituito un brand della tv di Stato. La modernità che il direttore di Rai 2 insegue si può raggiungere anche sperimentando. Di certo non rincorrendo le reti commerciali.

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