Cantù come un pezzo di Aspromonte. Cantù terra di ‘ndrangheta, paura, omertà. Alla sbarra un bel manipolo di giovanissimi, molti accusati di associazione mafiosa. Il processo si celebra a Como. I testimoni non parlano, o ritrattano. Il Comune non si costituisce parte civile, definendo quegli atti “roba da bulli”. Il capo della Dda Alessandra Dolci accusa: “Cantù come Locri” (guarda il video di S. Bauducco). L’inchiesta va a dama nell’ottobre del 2016. Dentro c’è molto, anche la politica, anche l’imprenditoria, e poi la violenza, il controllo del territorio. A Cantù attorno a piazza Garibaldi.

A tenere banco sono gli africoti. Batteria di giovanissimi comandanti da Giuseppe Morabito, nipote dell’omonimo nonno, noto alle cronache come u Tiradrittu, re di Africo e di mezza Calabria. Il nipotino in Lombardia per anni fa quello che vuole. Spara, picchia, minaccia. Va contro perfino a un altro rampollo di mafia, quel Ludovico Muscatello, nipote del vecchio boss Salvatore, per decenni eminenza grigia delle ‘ndrine lombarde. Muscatello junior si prenderà una pallottola. Morabito assieme ad altri sarà arrestato. In elenco così vanno risse, proiettili in busta e altro.

Tanto che nelle carte si legge: “È di tutta evidenza che il ripetersi di atti di violenza di tale caratura diffonda nelle persone direttamente e indirettamente coinvolte, un clima di paura e soggezione, effetto tipico dell’esistenza e dell’operatività di un organismo criminoso di stampo mafioso”. Oggi le nuove baby face sono alla sbarra. Accusati di tanto e anche di aver gestito gli affari della movida. Di loro racconta il titolare di un bar della zona sentito all’epoca: “Si trattava di alcuni giovani tutti calabresi. La fama di questi ragazzi, ben conosciuta in tutta la città, mi ha indotto ad avere nei loro confronti un occhio di riguardo, nel senso che, spesso offrivo loro delle consumazioni. Il loro atteggiamento era di superiorità. Ribadisco che questo gruppo di persone è noto a tutti i commercianti e gestori di locali della piazza e da tutti vengono trattati nello stesso modo”. Un altro testimone: “Meglio non farli pagare che rischiare la vita”.

Chi vede, non parla e intercettato ammette: “Non vorrei trovarmi faccia a faccia in tribunale, mi destabilizza un attimino l’ignoranza che c’è in quelle menti”. Ignoranti, ma affilati. Conosciuti da tutti e anche dalla politica locale che sulle scorribande mafiose riceve confidenze da parte della cittadinanza, ma nulla fa. Ieri come oggi, con il comune di Cantù che si è guardato bene dal costituirsi parte civile.

Su Giuseppe Morabito il giudice che ha firmato l’ordinanza d’arresto scrive: “Dalle risultanze delle indagini emerge come egli oltre a mantenere stretti legami con la famiglia di origine, appare pienamente inserito nel contesto di criminalità organizzata di Mariano Comense ed, anzi, ne appare partecipe di primo livello”. Ancora: “Giuseppe Morabito si è reso protagonista, in più occasioni, di atti di violenza posti in essere con metodo mafioso (…). E’ poi emerso che Giuseppe Morabito ha il pieno controllo del territorio, tipica espressione di potere della criminalità organizzata di stampo ‘ndranghetista, e delle attività economiche lecite e illecite”.Tanto che intercettato spiega: “Vedi che sono buoni tragediatori, tutti gli albanesi di Cantù (..). Sull’anima dei morti che li abbiamo allontanati a tutti proprio”. Conclude il giudice: “Gli elementi investigativi raccolti s’integrano e si raccordano, portando, inevitabilmente a concludere per la appartenenza di Giuseppe Morabito alla ‘ndrangheta”. Altro che bullismo come fatto passare dall’amministrazione locale.