di Paolo Bagnoli

Nello sforzo di capire cosa in effetti sia il populismo dei nostri tempi, da dove tragga linfa e cosa occorrerebbe fare per contrastarlo e recuperare una prassi collettiva democratica, sempre più ci si interroga sul rapporto tra élite e popolo. È sicuramente un dibattito importante e pure appassionante. Esso, tuttavia, ci pare troppo svolazzante tra filosofia, etica e politologia per poterlo ritenere rispondente all’esigenza che l’ha alimentato.

Intendiamoci: con ciò non vogliamo ritenerlo inutile, ma irrisolto politicamente. Si può legittimamente obiettare che i dibattiti tra intellettuali non hanno il dovere di approdare a una risoluzione politica, bensì di squadernare il campo più largo possibile delle idee. Poi spetta ai politici farne tesoro e dal piano delle idee scendere a quello dell’effettualità. È così, ma perché ciò accada occorre l’esistenza di una classe politica degna di questo nome e, naturalmente, quella di soggetti produttori di politica. Oggi non vi sono né gli uni né gli altri.

Nel grande vuoto della nostra democrazia hanno preso campo oligarchie – non élite o classi politiche; tra i due concetti, infatti, occorrerebbe fare le dovute distinzioni dottrinarie – aventi come unico fine quello di essere proprietarie del potere. Il processo si determina sul fondamento relazionale che stabiliscono con il popolo, lusingandolo secondo rabbie, paure, sentimenti veri, aspettative diverse, fuori dai meccanismi della ragione e di quanto comportano quelli della democrazia. L’affermarsi di un siffatto sistema spacciantesi per politica è, al giorno d’oggi, incubato e favorito dalla mediatizzazione. E senza dare naturalmente colpa ai social, assistiamo a risultati devastanti.

La processualità della degenerazione non è difficile da comprendere: saltata per pavidità e meschino opportunismo (non dimentichiamoci che l’Italia è il Paese dei furbi per eccellenza) la necessarietà dei corpi e delle funzioni intermedi – ossia di quegli ambiti sociali e luoghi istituzionali che filtrano e mediano la relazione tra il “sociale” e il “politico” -, è bastato alimentare la rabbia, l’odio, il risentimento; aizzare le frustrazioni; evocare il sistema della cosa pubblica come terreno di pascolo privativo della casta; far sì che ognuno trovasse in qualcuno o in qualche cosa – persona o ruolo che fosse – la causa dei suoi problemi, delle sue frustrazioni, del suo essere o sentirsi escluso, che il gioco era fatto.

È bastato che i ciceruacchi di turno trovassero il loro popolo – il pubblico cui continuamente rappresentarsi per far sì che in loro ogni singolo cittadino del popolo potesse identificarsi nella irrazionale e infantile affermazione della propria egoità quale “cittadino civicamente giustificato” e non astrattamente considerato – per far sì che ne derivasse la legittimazione al potere e al suo esercizio. Da tale mistificazione manipolatoria nasce il populismo e, per derivazione, la problematica del rapporto tra élite e popolo.

Ma così, come il problema è stato posto, tutto l’insieme risulta sbagliato. Infatti, non si spiega che il concetto di élite appartiene alla concezione della democrazia – chissà se qualcuno ha mai sentito parlare di elitismo democratico: la dottrina che spiega il meccanismo di formazione della classe dirigente e della sua legittimità politica. Di sicuro Norberto Bobbio è stato un po’ troppo velocemente dimenticato.

Come pure non ci si sofferma sulla distinzione tra popolo e gente. Il primo, infatti, è soggetto attivo della politica solo nell’accezione del secondo; ossia come parte di un dato generale; quella che stava nella democrazia attraverso i partiti politici. Ora, essendo questi scomparsi, la scena è tenuta dal popolo quale sommatoria indifferenziata di uno più uno. Tale concezione è propria del movimento grillino che è coerente con se stesso essendo dipendente da uno, anzi da due: Grillo e Casaleggio. Ma quest’ultimo è tanto più uno avendo ereditato dal padre la guida della baracca. Il populismo, alla fine, nella sua espressione di élite si risolve sempre in un family business.

In realtà, in un regime populista, la gente è cacciata dalla politica in nome del popolo. Senza partiti politici, infatti, non vi può essere nemmeno la gente in politica. Anzi, non vi è nemmeno la politica se la si considera, come dovrebbe essere in termini propri, quell’attività concernente lo Stato e tutto ciò che riguarda lo Stato. Ogni regime populista ha una caratteristica comune: la negazione dello Stato di diritto. Se dovessimo fare una nota esplicativa a piè di pagina, metteremmo: vedi Matteo Salvini.

Potremmo continuare e inquadrare il tutto nell’evoluzione/involuzione dei processi politici a livello europeo e oltreoceanico. Crediamo, tuttavia, di esserci spiegati. Ben vengano i dibattiti, ma sapere con più attinenza di cosa si stia parlando, forse, non sarebbe male.

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