Nel vortice degli avvenimenti nazionali e internazionali, il 90esimo anniversario del Concordato è rimasto giustamente in seconda linea. Ormai è un evento interessante solo per la ricostruzione storica e semmai per la riflessione che chi aspira al governo dell’Italia deve in un modo o nell’altro trovare un equilibrio, se non un compromesso, con il Vaticano. Almeno per quanto ha riguardato il Novecento: si trattasse di un regime dittatoriale come il fascismo o del regime democratico nato dopo la Liberazione.

Ma quest’anno è anche la 35esima ricorrenza della riforma concordataria attuata a suo tempo dal governo Craxi e questo aspetto tocca l’attualità, perché riguarda l’organizzazione dei rapporti tra Stato e Chiesa nell’odierna società italiana. Se n’è occupato sul versante laico un convegno, coordinato da Carlo Troilo e promosso dall’associazione Luca Coscioni, dalla fondazione Critica liberale e dall’Unione atei, agnostici, razionalisti. E sul versante cattolico, un lungo documento di “Noi siamo Chiesa”.

Di particolare interesse un appello lanciato da Troilo e sostenuto da un nutrito gruppo di firme, che propugna l’adozione di “tre provvedimenti urgenti” per riformare la revisione del 1984. I tre cambiamenti invocati riguardano:

1. abolizione dell’ora di religione;
2. revisione dei criteri di ripartizione dell’8 per mille;
3.
revisione delle norme sull’Imu sui beni immobili ecclesiastici e recupero delle somme Ici non riscosse.

Le proposte sono interessanti perché possono essere affrontate subito. Su Ici e Imu c’è poco da aggiungere: uno Stato serio riscuote con determinazione il dovuto, a prescindere se il governo sia di destra o di sinistra. Anzi, nel mondo anglosassone sono i governi di destra i più inflessibili nel proclamare il rispetto di “legge e ordine”.

Sull’ora di religione vale la pena riflettere. Quanto più l’Italia diventa multiculturale e multireligiosa, tanto più tenderà a emergere l’esigenza che la scuola sia aperta all’offerta educativa delle diverse religioni (si tratti dei musulmani o degli ebrei, dei protestanti o dei sikh). Naturalmente senza oneri per lo Stato trattandosi di un’offerta aggiuntiva, dettata dal bisogno strettamente particolare degli alunni (o delle loro famiglie). Semmai proprio la crescita della società civile e l’importanza della convivenza tra i diversi tipi di credo e di convinzioni filosofiche diverse rende utile una proposta rilanciata da “Noi siamo Chiesa”: l’istituzione di un insegnamento di storia delle religioni (poiché l’ignoranza può solo produrre barbarie politica e civile).

Ma il capitolo più interessante riguarda i soldi. Ed è giusto e urgente affrontarlo. L’attuale sistema dell’8 per mille, che non conta le preferenze effettivamente espresse dai cittadini per destinare una parte delle tasse a una religione, è irrazionale e iniquo. Ripartire i “voti non espressi” – quasi si trattasse di seggi parlamentari da suddividere proporzionalmente – è fuori di ogni logica. Lo Stato italiano si trova in una grave crisi economica. I soldi non destinati altrove per precisa indicazione del cittadino devono restare nel bilancio nazionale per bisogni primari oggi forzosamente non tutelati in maniera adeguata: sanità, istruzione, trasporti, infrastrutture. Perciò il sistema va cambiato. E rapidamente.

C’è però un’altra innovazione che va introdotta in Italia e che da decenni è in corso, ad esempio, in Germania. Qualsiasi istituzione che riceve finanziamenti pubblici deve avere bilanci pubblici. In altre parole, se la Chiesa italiana (le diocesi in primo luogo) sono destinatarie di finanziamenti pubblici statali, regionali o locali, possono incassarli solamente se avranno pubblicato la loro situazione patrimoniale completa: beni mobili e immobili. Sarebbe un enorme contributo alla chiarezza e anche a quella “purificazione” dei comportamenti che papa Francesco chiede alle gerarchie ecclesiastiche, al clero e alle organizzazioni della Chiesa, in cui si maneggiano soldi e proprietà.

C’è infine un’altra riforma, che non costa niente e che andrebbe introdotta immediatamente come suggerisce “Noi siamo Chiesa”. L’obbligo di denuncia da parte di qualsiasi organizzazione ecclesiastica di crimini di pedofilia o di ogni altro tipo di abusi sessuali. L’obbligo esiste già in nazioni democratiche come la Francia o è stato sancito ufficialmente da conferenze episcopali del mondo occidentale.

La privacy non c’entra. E non c’entra nemmeno il segreto confessionale (che vale solo per il momento della confessione). Qui si parla di crimini, di cui un vescovo o un altro responsabile ecclesiastico viene a conoscenza per denuncia della vittima o per testimonianze fondate. Per secoli la prassi è stata quella dell’insabbiamento. La situazione è diventata ormai insostenibile. E mentre la Chiesa è avviata a un lento (molto lento) processo di riforma interna, lo Stato ha l’obbligo di dettare la sua legge a protezione dei minori.