Se a metà film ti prendi una battuta chiaramente razzista – “mi piace dare una mano ai negri” – se la sottolinei e la amplifichi reiterandone il senso, con i protagonisti negri in questione che preferiscono farsi chiamare in altro modo, o sei un pericoloso deficiente o sei Clint Eastwood. The Mule, il ritorno dell’88enne regista de Gli spietati, di nuovo attore in suo film dopo dieci anni (Gran Torino), è stato un notevole successo in  patria (oltre 100 milioni di dollari d’incassi), e bersaglio di parecchie recensioni negative. Già, perché The Mule – Il Corriere zoppica un po’. Questione di equilibri di scrittura tra i due bordoni narrativi che s’incastrano così così, mica di altro. Insomma, non sarà nella top five eastwoodiana (azzardiamo: The million dollar baby, I ponti di Madison County, Bird, Sully, Un mondo perfetto) ma staziona placido in quell’immensa, rigorosa e classica filmografia di un cineasta che ha voluto e cercato ostinatamente di raccontare nei suoi film che cosa significhi essere un uomo. Eastwood è così. Un anziano conservatore bianco libertario, mai bigotto o moralista, che spesso agguanta la sagoma di un individuo, ne scandaglia con precise pennellate le sue contraddizioni e limiti, lo rende protagonista antiretorico in chiaroscuro di storie apparentemente semplici e straordinariamente universali. Poi capita che decida di mettersi in mezzo lui, di figurare al centro del suo mirino di regista. Così l’Earl che interpreta, veterano di guerra, famiglia lasciata in disparte per decenni, amata impresa di floricoltura che fallisce, si improvvisa corriere della droga per il cartello del narcotraffico di Sinaloa viaggiando per mezza America con il suo pick up in barba alla Dea.

La storia è vera. E la raccontò il New York Times diversi anni fa. Il tizio che in tarda età fece quello che fa Earl nel film si chiamava Leo Sharp. Earl/Clint è un nonnetto, chiamato amorevolmente El Tata dei criminali messicani. Uno che ha volontariamente sacrificato la famiglia per il lavoro, coltivando fiori e vincendo premi. In particolare per l’enterocallide dell’Illinois, un fiore che sboccia e muore rapidamente in un giorno. La famiglia, imbufalita però, soprattutto la figlia e la ex moglie, non lo vogliono tra i piedi. Earl è un po’ dinoccolato, spiritoso e finanche è un po’ sporcaccione nell’entrare in scena tra anziane amanti dei fiori, papillon e cappello in testa. Quando però qualche anno dopo la sua impresa fallisce accetta il suggerimento di un amico della nipote (l’unica familiare che lo stima e gli parla). C’è bisogno di un insospettabile per trasportare illegalmente quantità sempre più cospicue di cocaina ed eroina da Nord a Sud degli Stati Uniti. L’incarico gli frutterà parecchie migliaia di dollari ogni volta. Basta seguire rigidamente le regole. Così il nonnetto comincia il suo nuovo lavoro. Lemme lemme, Willie Nelson e Frank Sinatra a tutto volume sull’autoradio, Earl percorre viaggio su viaggio eludendo senza enfasi qualsiasi controllo. Ma il cerchio degli investigatori (Bradley Cooper e Michael Pena) si stringe attorno all’anonimo corriere che nessuno riesce a fermare.

Eastwood (e lo sceneggiatore Nick Schenk, con lui in Gran Torino) tratteggiano un antieroe che proprio per la sua avanzata età e appartenenza sociale sconta delicatamente impostazioni politiche conservatrici. Lo stupore davanti alle motocicliste lesbiche che Earl chiama senza sapere “Ragazzi!”, il suddetto scambio di battute con la famigliola afroamericana rimasta in panne in mezzo al deserto (“mi piace dare una mano ai negri”), come del resto la battaglia antitecnologica (e divertentissima) contro smartphone e Internet, che a suo avviso gli hanno fatto chiudere la sua amata attività commerciale, sono i tratti ovvi e possibili di quel tipo di uomo, mai riportati con violenza verbale o in tono di sfottò. Una cultura conservatrice a cui però consegue un atteggiamento solidaristico e generoso del protagonista nel riprendersi con gli interessi quello che il mondo improvvisamente accelerato gli ha tolto. Perché a parte qualche piccolo capriccio (il camioncino nuovo, un paio di giovani fanciulle ad allietargli le notti passate nei motel) con i tanti soldi incassati Earl aiuta subito amici e conoscenti in difficoltà. Non puoi voler male a questo vecchietto con gli sguardi tranchant del Clint può giovanile degli western e dei film d’azione. Earl è un nonnetto che ha perso il treno di una vita normale, che a suo modo si pente, tenta di non peggiorare le cose, ma tutto per lui è già andato comunque definitivamente a rotoli.

Nessuna messa in scena crepuscolare questa volta per Eastwood, ma solo una regia stilisticamente solida e tradizionale. Con un montaggio interno alle singole sequenze che fa filare via liscio e rapido un film di quasi due ore. Poi certo le vicende di Earl e quelli dei poliziotti che lo inseguono scorrono parallele ma non hanno mantengono la stessa forza e lo stesso significato. Nonostante l’agente Beates (Cooper) abbia sacrificato anche lui la famiglia per il lavoro, e nonostante un incontro fortuito in una tavola calda che nella sua essiccata essenzialità da uomini frontiera lascia il segno, The Mule tentenna proprio nell’unire l’esistenza “criminale”, vagamente naif di Earl con l’agire determinato delle forze dell’ordine per un finale che tarda a venire e quando arriva lascia abbastanza indifferenti. C’è però un dettaglio impressionante, commovente e riuscito oltre ogni vezzo formale e di contenuto. Ed è il corpo vecchio di Clint Eastwood mostrato anche nudo in scena. Inquadrato da uno sguardo pieno di pudore senza eludere la sostanza (l’anziano che va con delle prostitute), imbevuto di una sobria e armonica poesia. Il divo, ex sex symbol, si spoglia dei caratteri della star che l’hanno reso celebre. Si offre in pasto al voyeurismo e alle critiche come già in Debito di sangue (ma erano vent’anni fa) mostrandosi fragile, un vecchio qualunque, ultimo tra i tanti sfigati. Perché quando non ci sarà più, semplicemente rimpiangeremo Clint Eastwood.