Secondo Natalia Ginzburg “nella vita non è importante avere successo, è importante essere e sapere”. Signora Ginzburg, lei ha ragione, vorrei abbracciarla ma posso solo leggere i suoi bellissimi libri perché lei è passata a peggior vita (e non a miglior vita, come dicono gli ipocriti). Lei ha ragione ma voglio confessarle una cosa: il successo deve essere fantastico!

Ricordo quando zio Dario veniva a cena da noi negli anni Ottanta: “Credo di avere composto un successo, si chiama Felicità“. La cena dopo diceva di avere scritto Sarà perché ti amo o M’innamoro di te o Come vorrei o Mamma Maria o così via. Dario era il compositore e Popi Minellono era il paroliere, coordinati da Freddy Naggiar, il fondatore della Baby Records. A scuola i compagni mi prendevano in giro: “Sono solo canzonette commerciali, tutti saprebbero comporle”. Ripetevo le critiche a zio Dario, che una volta mi rispose: “Sono robetta, hanno ragione, ma non tutti sono in grado di farle. Con questa robetta mi sto comprando un castello in Scozia“. Altro che visualizzazioni su YouTube, erano i tempi in cui i dischi si vendevano nei negozi e mio zio ne vedeva a milioni. Sarà perché ti amo la cantano ancora allo stadio Meazza tutti i tifosi milanisti. Una domenica avrei voluto gridare a tutta la curva: “Questa l’ha scritta mio zio, stronzi! Gli dovete i diritti d’autore!”. Che confusione, sarà perché ti amo/ è un’emozione che cresce piano piano.

Con gli anni mi sono convinto sempre di più di quanto sia stato grande zio Dario. Michele, un amico “dylaniato”, sostiene che Bob Dylan sia una divinità. Io gli rispondo: “Dimostrami filosoficamente che Dylan è più grande di mio zio“. Lui mi scoppia a ridere in faccia. Io insisto: “Mettiti nei panni di un bambino, il mondo non deve essere per forza adultocentrico, i bambini cantano Felicità, non Hurricane, e preferiscono mio zio al tuo Dylan”. Cari amici, è proprio così, mi capita ancora di sentire, al ristorante o ai giardinetti, voci di bambini intonare allegramente le canzoni di Dario Farina, mio zio e zio di mio fratello.

Anni fa girai un video-ritratto di Pino Scotto, lui mi disse: “Quelle canzonette hanno rintronato un sacco di gente”. Non è vero, Pino. Quelle canzoni sono capolavori di spensieratezza. La spensieratezza ci salva dagli abissi. Felicità è abbassare la luce per fare pace/ aspettare l’aurora per farlo ancora. Se fossero i bambini a dare il premio Nobel, altro che Dylan, lo darebbero a Popi Minellono, un genio della banalità. Tornando a lei, signora Ginzburg, è vero che nella vita conta essere e sapere, non ci sono dubbi al riguardo, però mio zio era felice quando vinse Sanremo nel 1984 con Ci sarà, ed era felice nel 1985 quando vinse con Se m’innamoro e si piazzò terzo con Chiamalo amore della Cinquetti.

Il successo poi diventa una maledizione, forse, ma c’è un momento in cui è brivido stellare, orgasmo, gioia, champagne interiore, caviale cardiaco. E per un momento così, io sarei disposto a vendere l’anima alla Felicità, che in fondo è solo un bicchiere di vino con un panino, ma goduti ai Caraibi o in Sardegna o dove volete voi. Sì, la felicità può anche essere nel vivere dentro una cartolina. La felicità può essere di una banalità sconvolgente. E a me che cosa resta a ormai quasi 50 anni e senza un vero successo alle spalle? Semplice, non mi resta altro che fare Strike, come in questo film che oggi vi propongo, il film di un poeta che sogna Sanremo, ma è stonato come una campana.