Sta per terminare la Settimana della Memoria e un filo rosso unisce, in un salto tra passato e presente, il ricordo della Shoah e il dramma che si sta consumando in questi giorni sulla nave Sea Watch, a largo di Siracusa. Un filo rosso che ha un nome: nave St. Louis, anno del Signore 1939.

Siamo nella Germania nazista, ferita dalla distruzione prodotta dalla “notte dei Cristalli” del novembre 1938 e nella quale il governo del Reich è ancora intenzionato a facilitare la fuga degli ebrei attraverso la concessione di un visto. Molte famiglie ebree cercarono di approfittare del momento per provare una fuga verso gli Stati Uniti e tra essi 939 ebrei fecero la scelta di imbarcarsi sulla nave di nome St. Louis. L’imbarcazione partì da Amburgo alla volta dell’isola di Cuba, dove attraccò il 13 maggio 1939. Qui solo 29 di essi riuscirono a versare la “tangente” di 500 dollari e a sbarcare. La nave, con il suo carico di disperati, continuò il suo viaggio verso la Florida alla ricerca di un porto sicuro.

Gli Stati Uniti negarono all’imbarcazione l’attracco nei loro porti perché, si disse, il numero dei richiedenti asilo eccedeva le quote di immigrazioni previste. Fu la volta del Canada: altro rifiuto e porti chiusi.

Il capitano della nave, Gustav Schröder, tedesco antinazista più tardi premiato come “Giusto tra le Nazioni”, si rivolse ai Paesi del centro e sud America, ricevendo da tutti un puntuale, secco rifiuto. Non gli restò quindi che virare verso l’Europa, in un’assurda, lunghissima traversata, non escludendo la possibilità di far affondare l’imbarcazione lungo la costa inglese per costringere Churchill ad accettare i profughi ebrei come rifugiati.

Nel luglio 1939, dopo più di due mesi di navigazione transoceanica, il capitano Schröder riuscì, a conclusione un’estenuante trattativa segnata dall’irresponsabilità e l’ipocrisia, a concordare quote di persone per ogni stato anti nazista. Sbarcato ad Anversa, le famiglie ebree furono ripartite secondo i diversi Stati. In Inghilterra ne furono accolti 288, che raggiunsero Londra attraverso battelli; 224 in Francia; 214 furono gli ebrei che trovarono rifugio in Belgio e 181 nei Paese Bassi.

Il destino di molti era in realtà ormai segnato dalla imminente “guerra lampo” di Hitler e numerosi di quelli stabiliti in Francia, Belgio e Paesi Bassi terminarono la loro esistenza nei campi di sterminio. Secondo i numeri elaborati dallo United States Holocaust Memorial Museum di Washington, più di 250 persone che avevano vissuto la via Crucis del St. Louis, tra i quali decine di bambini, morirono nei forni crematori del campo tedesco di Auschwitz. Se l’anno prima i Paesi d’oltre Oceano li avessero accolti, il loro destino sarebbe stato diverso. Fu la furia tedesca ad annientarli, è vero, ma ancora prima fu il divieto di sbarco di molte nazioni dell’allora mondo civile. Nazioni i cui capi di Stato voltarono il volto girandosi dall’altra parte, decretando un rifiuto, la chiusura del porto o, come estrema ratio la terribile conta di un’arbitraria divisione in quote.

Ottant’anni sono passati e tutto sembra riproporsi con modalità drammaticamente simili. Vietare l’accoglienza a disperati – e volerlo fare con una modalità così disumana come quella che osservammo nella vicenda della Diciotti di ieri e che oggi ci troviamo di fronte alla nave Sea Watch – è qualcosa di vergognoso, ma che ha anche un prezzo salatissimo che saranno i nostri figli a pagare. La bontà, così come l’odio, ancor prima di essere sentimenti impalpabili generati nel nostro intimo, sono concretissimi semi che gettiamo sul terreno della nostra esistenza. Semi che germoglieranno, cresceranno e daranno frutti. E dai frutti, dice la sapienza evangelica, riconosceremo gli alberi. E dagli alberi i semi che noi abbiamo volontariamente gettato a terra.

Le vittime dei nostri rifiuti all’accoglienza, non sono solo i disperati che riempiono il cimitero chiamato Mediterraneo. Sono anche coloro che verranno dopo di noi, che avranno come prima problema quello di vergognarsi di essere figli di una generazione che nulla ha appreso dalla storia e che, di fronte alla domanda: “Dov’è tuo fratello?” non ha saputo fare altro che nascondere la mano omicida. Rinunciando a comprendere, ad ascoltare, a solidarizzare.