Come per ogni gioco di prestigio che si rispetti, anche in quello che accompagna le misure per introdurre il reddito di cittadinanza, l’oggetto della magia, una volta esibito al pubblico entusiasta, è destinato a scomparire. Il reddito di cittadinanza è uno strumento pensato per rispondere al problema della diffusione della povertà prodotto da decenni di politiche di austerity e neoliberiste. Un aumento di stanziamenti economici per aiutare le persone a basso reddito dovrebbe essere salutato dunque come un successo da chi fa del progressismo una propria bandiera identitaria. I commenti di alcuni politici come Boschi e Renzi circa un presunto aiuto legalizzato a furbi e parassiti lasciano così il tempo che trovano: si sa chi sono i personaggi e nota peraltro è la fine che hanno fatto. La retorica della lotta alla povertà cavalcata dal Movimento 5 stelle e i suoi leader si presenta tuttavia altrettanto maldestra e surreale.

Il problema principale della nuova misura è che essa non ha a che fare con la povertà, ma con l’occupazione. Si potrebbe dire che il lavoro è il migliore antidoto contro la povertà, e in parte questo è vero. Soltanto che i poveri sono spesso poveri, non solo perché non trovano lavoro, ma anche perché il lavoro non possono svolgerlo. La povertà è un fenomeno connotato da diverse dimensioni: fisiche, psicologiche, relazionali. Si può essere poveri perché si è malati, perché si è fisicamente impossibilitati a svolgere una professione, perché si è anziani, minori, infanti. Il reddito di cittadinanza differentemente dal REI concentra le risorse sulla costruzione di percorsi finalizzati a trovare lavoro, mentre azzera quasi del tutto il già scarso sostegno a misure come i servizi educativi per i minori o le risorse per i servizi sociali. Chi e come aiuterà le persone che non possono nel breve o lungo periodo lavorare a causa di problematiche diverse dall’incapacità o difficoltà a trovare lavoro non è noto. Forse Grillo e Casaleggio devolveranno in forma di donazione parte dei loro profitti, o forse si recupereranno i milioni di rimborsi elettorali sottratti all’erario dalla Lega, ma al momento l’interrogativo rimane aperto.

Intanto le misure per favorire l’occupazione faranno il loro lavoro e purtroppo tutto lascia presagire che non sarà un lavoro facile. Ricorrere al sostegno per trovare occupazione dipenderà innanzitutto – così dice il decreto – dal funzionamento del sistema di accompagnamento centrato sui centri per l’impiego. Solo che i centri per l’impiego in Italia sono i luoghi dove nessuna persona veramente interessata a trovare lavoro mai si rivolgerebbe a causa dell’inefficienza e della burocrazia che li caratterizza e pensare a una loro riorganizzazione in tempi rapidi più che un’utopia è una consapevole menzogna.

Dal cappello i prestigiatori sono abituati però a estrarre conigli a ripetizione per distrarre il pubblico e così ecco che d’incanto – direttamente dal Mississippi – sono in arrivo le figure dei navigator responsabili di guidare i richiedenti il reddito nella ricerca del lavoro. Come spesso accade nel nostro paese, le soluzioni sperimentate altrove sono viste come la panacea dei guai nazionali. Ma il trasferimento di esperienze virtuose paga purtroppo la differenza di condizioni economiche culturali e sociali dei diversi contesti. Negli Stati Uniti, la mobilità sociale è molto elevata, il mercato del lavoro fluido, la domanda di lavoro crescente. I navigator sono pertanto agevolati a aiutare le persone a trovare un’occupazione. In Italia al contrario la mobilità sociale è ferma, il mercato del lavoro asfittico, l’economia langue. Il rischio che il navigator sia una formula di creazione pubblica di posti di lavoro scarsamente efficienti e produttivi è così quanto mai reale.

Cosa accadrà della povertà dopo i primi mesi di entrata in vigore del reddito di cittadinanza rischia di diventare a questo punto qualcosa di paradossale. I poveri che non possono lavorare rimarranno tali e, anzi, la loro condizione sarà destinata a peggiorare a causa della riduzione delle misure sociali a loro favore. Allo stesso tempo, coloro che riusciranno a trovare lavoro saranno pochi e nel caso in cui la crescita economica rallenti ulteriormente assai pochi. Le misure a favore dell’occupazione si trasformeranno in parte consistente così in risorse a fondo perduto, nella migliore italica tradizione. Si moltiplicheranno invece i casi di comportamenti opportunistici che la scarsa strutturazione dei centri per l’impiego riuscirà a individuare. Coloro che vorranno fare campagna elettorale sui parassiti e gli approfittatori avranno così benzina da mettere nel loro serbatoio e potranno aizzare facilmente le legioni di dispensatori di odio che frequentano abitualmente i social media contro un investimento futuro sui servizi per i poveri.

E così il gioco di prestigio è fatto. La povertà che doveva essere al centro dello spettacolo, esibita, portata come un trofeo da mostrare al popolo per esaltare la potenza morale del governo del cambiamento, come d’incanto evaporerà. Perché quando si avviano misure di sostegno al reddito è difficile per ogni governo tornare indietro e perché gli approfittatori della misura saranno messi in vetrina per dimostrare che poveri si diventa per pigrizia o malaffare e non per disgrazia o a causa delle ineguaglianze sociale. Le cui cause strutturali naturalmente il governo del cambiamento si guarda bene dall’affrontare.