Nel Giovedì Santo del 2016, Papa Francesco aveva scelto di celebrare la messa dell’ultima cena di Gesù nel Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo) di Castelnuovo di Porto. In quell’occasione Bergoglio aveva lavato i piedi a 12 profughi accolti in quella struttura: un indù, tre musulmani, tre donne copte e cinque cattolici, di cui quattro uomini e una donna. Persone provenienti dal Mali, dalla Siria, dal Pakistan, dalla Libia, dall’India, dall’Eritrea e dalla Nigeria. Un segnale più eloquente dei pur tantissimi appelli all’accoglienza dei migranti.

Sempre in quel Cara era ospitato Ansur Cissè, attaccante della Castelnuovese e uno dei due “membri onorari” di Athletica Vaticana, un team di volontari formato da 60 dipendenti della Santa Sede, laici e religiosi. Anche Cissè, come tanti altri suoi compagni di avventura, ha dovuto lasciare il Centro accoglienza richiedenti asilo per una scelta di “razionalizzazione” del ministero dell’Interno. Dei 540 migranti ospiti, infatti, in 19 non avranno più diritto alla protezione umanitaria.

Due immagini differenti. Da un lato il Papa che si china a lavare e baciare i piedi a 12 profughi e che ne accoglie due nella sua squadra. Dall’altro il trasferimento impietoso e improvviso di centinaia di essi, già profondamente segnati dalla paura e dalla sofferenza, le cui esistenze ancora una volta vengono seriamente minate, mentre vengono distrutti i legami che erano stati costruiti in questi mesi durante la permanenza al Cara di Castelnuovo di Porto.

La storia di Cissè in questa a dir poco triste vicenda è emblematica. Quello che viene nuovamente interrotto con questi trasferimenti per lui e per gli altri profughi è il cammino di integrazione intrapreso. Non a caso Athletica Vaticana ha accolto nel suo team Cissè e altri suoi compagni per dare un messaggio concreto di fratellanza, testimoniato in particolare nel mondo del calcio e dello sport in genere. Ed è indicativo che questi atleti facciano parte di una squadra cristiana pur essendo tutti musulmani.

Il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura che ha voluto fortemente la nascita di Athletica Vaticana, ha consegnato le magliette della squadra anche a Jallow Buba e Musa Barry. Il primo, 20 anni, è scampato all’inferno del Gambia ed è sbarcato in Italia dopo essere sfuggito per tre volte a bande di criminali. Il secondo, 19 anni, gambiano pure lui, ha ugualmente attraversato mezza Africa tra soprusi vari.

Ora entrambi sono ospiti della cooperativa Auxilium e Athletica li ha accolti e adottati, pronti a farli correre con i colori della bandiera bianca e gialla del Vaticano. Un ulteriore segno eloquente della volontà di testimoniare concretamente, attraverso questa squadra, l’invito all’accoglienza dei migranti ripetuto spesso da Bergoglio nei suoi sei anni di pontificato.

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