La prima volta che mi imbattei nel Rapporto sulla distribuzione della ricchezza che Oxfam rende noto alla vigilia del supervertice di Davos i miliardari necessari a “pesare” tanto quanto la metà della popolazione mondiale erano alcune centinaia. Mi parve un dato così sconvolgente che presi a concludere ogni mio contributo nella radio in cui allora lavoravo con un “ricordatevi di Oxfam”. Uno squilibrio che da solo, scrissi, mi sembrava sufficiente a spiegare tutte le contorsioni e distorsioni politiche e sociali del nostro mondo, dall’ondata populista, che allora faceva le sue prime apparizioni, ai fenomeni migratori di massa.

Negli anni che da allora sono passati il tema della diseguaglianza e della concentrazione di ricchezza è diventato dominante nel dibattito intellettuale, economico e politico. Tutti o tanti fra quelli che contano hanno comprato e magari qualcuno anche letto i libri di Atkinson, Piketty, Milanovic. Altri, invece, si sono accaniti contro i criteri adottati dalla Ong inglese per calcolare il patrimonio nel tentativo di rimpicciolire l’immagine di zii Paperoni che si tuffano nel deposito. Energumeni da tastiera che magari villeggiano all’ombra dei petrodollari si sono entusiasmati per gli scandali che l’hanno colpita, ostentando la stessa logica per cui se in America sta nevicando allora è falso che in Australia ci siano 50 gradi. Ma alla fine nessuno è riuscito a cancellare il fatto, ormai assodato, che la piramide dei redditi è formata da una base amplissima e bassissima su cui svetta una guglia incredibilmente alta e sottile. E nemmeno a incidere anche minimamente sul fenomeno.

Anno dopo anno il numero dei miliardari necessari a bilanciare i tre miliardi e settecento milioni di esseri umani normali è diminuito fino a scendere agli attuali 26. Gli altri nababbi rimasti indietro non se la passano tanto male, visto che i 2200 più ricchi hanno visto crescere il loro patrimonio complessivo di 900 miliardi di dollari nel solo 2018. Scherzando possiamo dire che l’azione di contrasto più rilevante del decennio potrebbero essere i termini del divorzio di Jeff Bezos. Esattamente come nella questione del global warming, il quantitativo di dati e commenti è inversamente proporzionale ai risultati concreti nell’affrontare il problema. Anzi sul tema della ricchezza i fatti agiscono in direzione ostinata e contraria.

Dalla riforma fiscale di Trump a quella di Macron, dalla flat tax per ricchi stranieri di Renzi a quella finora solo pensata di Salvini e Borghi, dalla competizione al ribasso tra Stati di cui parlava Il Fatto Quotidiano domenica scorsa alla spregiudicatezza con cui vengono sfruttate da aziende e individui privi di qualsivoglia senso della misura, le élite continuano a favorire il ritorno a condizioni faraoniche. Chiedendosi perplesse, poi, come mai chi è restato plebe affamata e chi ha perso anche l’ultimo vagone della redistribuzione sia così arrabbiato, inferocito e privo di buoni sentimenti. Davvero, chissà perché?

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