Noi e i terroristi
Anche le politiche di sostegno ai Paesi-frontiera delle migrazioni nascondono realtà più ambigue. Da anni la fascia saheliana e il Niger, in particolare, sono considerati centrali nelle strategie europee: da ingrassare economicamente e militarmente affinché funzionino da barriere al flusso migratorio e custodi silenti di alcuni grandi business, come l’uranio delle miniere francesi di Arlit. Figura di rilievo nello scacchiere regionale è il presidente nigerino Mahamadou Issoufou, beniamino di Bruxelles e di Parigi, soprattutto dopo la liberazione degli ostaggi transalpini in mano ad al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi) nel 2014. Operazione che fu resa possibile grazie all’intermediazione, tra gli altri, di un personaggio chiave: Hamidine Abta. La storia di quest’ultimo è sconcertante. Nel 2011 venne intercettato dall’esercito nigerino alla guida di un convoglio carico di 645 kg di Semtex, esplosivo dall’alto potenziale proveniente dagli arsenali di Gheddafi e destinato all’Aqmi. Al momento dell’arresto, ad Abta venne trovata una lettera, ritenuta autentica, che lo nominava rappresentante ufficiale di al-Qaida in Niger. Ciononostante, dopo soli 10 giorni di carcere, il presidente lo ha liberato e nominato suo consigliere speciale. Il risultato è che esponenti di al-Qaida hanno occupato posizioni di potere nel governo di uno dei principali alleati dell’Europa nel Sahel.

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