È ancora su Google Play la app che promuove percorsi di ‘recupero’ per i gay e che paragona l’omosessualità a una ‘malattia’ e una ‘dipendenza’. L’applicazione, ideata dal gruppo religioso Living Hope Ministries e che porta lo stesso nome, era già stata rimossa a dicembre 2018 da Amazon e Apple, dopo una petizione lanciata da Truth Wins Out, associazione a sostegno dei diritti LGBT, che ha già fatto partire una nuova raccolta di firme arrivando quasi a 45mila. L’obiettivo è di far scomparire la app anche da Google Play Store.

LA GUERRA ALLA APP CHE VUOLE CONVERTIRE I GAY – Il direttore esecutivo di Truth Wins Out, Wayne Besen, ha raccontato a Newsweek di aver lanciato la petizione dopo aver inviato una lettera a Google chiedendo la rimozione dell’app. Nel testo si afferma che la app “emargina e stigmatizza le persone LGBT”, paragonando “l’omosessualità a una dipendenza” e invitando coloro che sono attratti da persone dello stesso sesso “a cercare un terapeuta cristiano che abbia una prospettiva redentiva sull’omosessualità”. Il consiglio è quello di “astenersi dall’agire fisicamente, dall’impegnarsi nella fantasia sessuale, nella pornografia e nella masturbazione”.

Diciassette i suggerimenti della app che avverte: “Il recupero sarà difficile”. Bisogna “fidarsi e obbedire”. Questo perché “gli stili di vita lesbici e omosessuali”, basati sull’idea di “affidarsi completamente a se stessi o di dipendere da qualcun altro” vanno contro il pensiero di “affidarsi a Dio e lì cercare una relazione intima con Gesù”. Come fa notare La Stampa, sono diverse le comunità che in rete rispondono al nome di Living Hope Ministries e, tra queste, c’è anche chi ha preso le distanze da quella, fondata nel 1989, che ha ideato la app.

LE PRESUNTE TERAPIE DI CONVERSIONE – “Ci sono tonnellate di app pro-gay”, ha commentato Ricky Chelette, direttore esecutivo di Living Hope Ministries. Aggiungendo: “Siamo semplicemente qui per aiutare coloro che non vogliono essere gay. Aiutiamo solo quelle persone che ci cercano”. Già a dicembre, però, il direttore esecutivo di Truth Wins Out aveva parlato invece di ‘terapie di conversione’ e dei “danni significativi che causano alle persone che vorrebbero aiutare”.

Ma di terapie di conversione sessuale parla anche un’inchiesta di agosto 2018 firmata dal quotidiano inglese Daily Telegraph, secondo cui la funzione inserzioni di Facebook verrebbe usata per pubblicizzare terapie per la cura dell’omosessualità o tese a promuovere “la purezza sessuale”. Il tutto con la più classica delle pubblicità sui social, ossia il targeted advertising, indirizzato a utenti di orientamento Lgbt. Una vicenda in seguito alla quale Facebook è corso ai ripari, cancellando le inserzioni in questione. Le norme per gli inserzionisti, infatti, prevedono che gli annunci pubblicitari “non devono sfociare in pratiche pubblicitarie predatorie o contenere contenuti che discriminano, molestano, provocano o screditano le persone che usano Facebook o Instagram”.

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