Fra il governo e Vincenzo Onorato, patron di Moby e dell’ex compagnia pubblica Tirrenia, è ormai guerra aperta. In visita in Sardegna a sostegno del candidato M5S alle regionali di fine febbraio Luca Caschili, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli ha sparato ad alzo zero: “Porremmo fine al monopolio Tirrenia. Svolge un’utilità sociale fondamentale, utilizza soldi pubblici e non può far schizzare così i prezzi, è inaccettabile, ci sarà un cambiamento tra pochi mesi”. Poi la promessa di una riscrittura della convenzione fra lo Stato e Tirrenia. Che, in scadenza nel 2020, “è stata sottoscritta con i governi precedenti ed è totalmente sbilanciata a favore di Tirrenia”. Si tratta del contratto per cui dal 2012 Tirrenia a fronte del servizio pubblico prestato riceve 72 milioni di euro l’anno.

Sono seguite 24 ore di scambio acceso, con il riferimento di Toninelli alla sanzione antitrust da 29 milioni di euro inflitta alle compagnie di Onorato nel marzo 2018 per abuso di posizione dominante (sospesa dal Tar a luglio in attesa del merito). E minacce di querela da parte del ministro, dopo che Onorato ne aveva denunciato “l’abituale impreparazione”, ricordando, riguardo alle accuse sui prezzi troppo elevati, che “le tariffe Tirrenia non sono stabilite da noi, ma dalla convenzione”. E, in merito al presunto monopolio, il fatto che “sulle linee per la Sardegna operano altre quattro compagnie”. Affermazioni vere, anche se non esaustive: la convenzione prevede delle forbici e lascia libertà di prezzo su alcune rotte in alcuni periodi, mentre i competitor non hanno gli slot portuali di cui può beneficiare Tirrenia.

Al netto dell’episodio, cui certamente non è estranea l’imminente tornata elettorale, la tensione fra Onorato e il governo ha comunque radici più profonde. Innanzitutto politiche. A dispetto di una risalente amicizia personale con Beppe Grillo, Onorato per anni è stato vicino al Pd renziano (anche finanziando la fondazione Open). Tanto che nel 2016, quando l’armatore sospese il pagamento dei 180 milioni di euro (su 380) ancora dovuti allo Stato per l’acquisizione (nel 2012) della compagnia di bandiera, il governo, che nel frattempo aveva posto alla guida della bad company statale facente capo al Mise un ex legale di Onorato (Beniamino Caravita di Toritto), nulla ebbe ad eccepire.

Ma il feeling si ruppe quando Graziano Delrio, allora Ministro dei Trasporti, fu accusato dall’armatore di non dare applicazione alla riforma delle regole d’imbarco dei marittimi comunitari sulle navi italiane, da lui ‘ispirata’ nei mesi precedenti. Tanto che in vista del voto del 4 marzo l’armatore finanziò il partito di Giorgia Meloni. E, finita male la scommessa elettorale, lo scorso ottobre silurò il direttore del suo giornale Sardiniapost, Giovanni Maria Bellu, oppostosi al diktat di ribaltare la linea editoriale apertamente dem della testata a favore di un approccio più “neutrale” verso il sovranismo di matrice leghista. Come che sia, al netto della pubblicità sul blog di Grillo, i rapporti di Onorato coi M5S e i suoi ministri si sono fatti via via più tesi.

Intanto sono cominciate a fioccare le sanzioni del ministero dei Trasporti per violazione della convenzione (sulle navi utilizzate, non sulle tariffe): 6 negli ultimi mesi, per centinaia di migliaia di euro, che hanno costretto Tirrenia a ricorrere al Tar, ottenendo finora solo parziali dilazioni. Cosa più seria, l’accondiscendenza del ministero dello Sviluppo, che in epoca renziana aveva accettato anche la cancellazione delle ipoteche sulle navi Tirrenia (garanzia dei debiti di Onorato verso lo Stato) indispensabile all’armatore per ottenere il rifinanziamento del gruppo, è un ricordo. Come rivelato dal Fatto, infatti, la bad company, a dicembre, a tutela del suo credito si è messa di traverso al progetto di fusione Moby-Tirrenia.

Un’iniziativa pericolosissima per il gruppo Onorato, alle prese con una complicata situazione finanziaria. Lo scopo della fusione, infatti, è duplice. Da una parte convincere i creditori del suddetto rifinanziamento a dare ossigeno al gruppo. Dall’altra presentarsi alla scadenza della convenzione con lo Stato, non come una società solvibile ancorché posseduta da un gruppo pesantemente esposto, ma come un soggetto unico, indebitato per circa 700 milioni, per il quale il mancato rinnovo del contratto pubblico equivarrebbe a un quasi certo default. E ‘persuadere’ così lo Stato, per evitare rischi sul suo credito (i succitati 180 milioni), a concedere una proroga almeno triennale del contratto. La fiducia su tale scenario è tale che la proroga figura fra i pilastri del progetto sottoposto ai creditori.

Sull’opposizione di Toninelli al rinnovo della convenzione, insomma, Onorato si gioca il futuro. Ecco perché, pur in presenza di un’affermazione sì un po’ scomposta ma ordinaria e scontata (“scade una convenzione, la riscriveremo diversa”), i toni si sono alzati all’esasperazione.

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