Le debolezze e le criticità del sistema bancario italiano sono tali che basta davvero poco per farle emergere. Lo si è visto bene nei mesi scorsi, quando l’impennata dello spread ha messo a dura prova la tenuta di alcuni istituti di credito e ha provocato le prime avvisaglie di una stretta sui nuovi finanziamenti a imprese e famiglie: la ragione va ricercata nel fatto che le banche italiane hanno in portafoglio troppi titoli di Stato italiani. Quando il prezzo dei Btp scende, anche il patrimonio delle banche si riduce e ciò limita la possibilità di erogare nuovi crediti. Per gli istituti meno patrimonializzati, poi, la crescita dello spread ha rischiato di erodere il patrimonio spingendolo al di sotto dei minimi regolamentari e di obbligare quindi queste banche, tra cui il Monte dei Paschi di Siena, a lanciare aumenti di capitale in un momento di mercato difficilissimo.

Dopo mesi di silenzio e di riflettori puntati su altro (reddito di cittadinanza, flat tax, questione immigrazione), il governo è stato costretto in fretta e furia a prendere in mano l’esplosivo dossier banche. Ha dovuto farlo innanzitutto per evitare la deflagrazione di Carige, con tutto ciò che avrebbe comportato per l’economia ligure e non solo: l’istituto genovese ha poco meno di 4.500 dipendenti, circa 530 sportelli ed è presente in ben 13 regioni. Le soluzioni tampone però non bastano a scongiurare una nuova crisi bancaria e il tempo è tiranno sia perché entro giugno il governo deve sciogliere le riserve e dire chiaramente alla Commissione Ue come intende uscire dal capitale di Mps, sia perché più l’economia rallenta più il rischio di nuove crisi si fa concreto e reale. In questa situazione, e dati anche i problemi strutturali del sistema bancario italiano, il governo sembra spingere verso il consolidamento del settore, attraverso delle aggregazioni mirate. Lo ha detto chiaramente il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Stefano Buffagni, sottolineando come questo sia un momento “nel quale si possa ragionare per andare nella direzione di aggregazione tra istituti per rendere più solido il nostro sistema. Credo che il pubblico debba fare una regia, facendo in modo che certi manager mettano da parte i loro egoismi personali per difendere le poltrone e si lavori in un’ottica di sistema”. L’obiettivo? Far nascere “un terzo polo importante all’interno del sistema Italia” che si affianchi ai colossi Intesa Sanpaolo e Unicredit.

Così si apre il risiko e sul tavolo vi sono diverse ipotesi e non pochi problemi da superare, il primo fra i quali lo ha indicato lo stesso Buffagni facendo riferimento alla governance delle banche e alla questione delle poltrone che in tanti casi ha contribuito a frenare o a far saltare ogni possibilità di intesa tra istituti. Un’altra questione riguarda il ruolo di regia del governo, ruolo che oltre certi limiti diviene improprio e prefigura un controllo politico sulle banche che tanti disastri ha causato in passato. Chissà poi se si resisterà alla tentazione di sistemare tutto in fretta nascondendo la polvere sotto il tappeto: nei giorni scorsi, tra le ipotesi di sistemazione di Carige si era ventilata l’idea di un matrimonio con Monte dei Paschi. Un’ipotesi che desta più di una perplessità. Carige, per quanto commissariata, al momento è ancora una banca privata e un’aggregazione con Mps (istituto di ben maggiori dimensioni, con oltre 23mila dipendenti e presente in tutta Italia) lascerebbe intendere un salvataggio per mano pubblica dell’istituto genovese, salvataggio che difficilmente potrebbe avere il via libera di Bruxelles e di Francoforte per almeno due ragioni: la prima è che lo Stato, titolare di una partecipazione del 68% nel capitale dell’istituto senese, si è impegnato formalmente a uscire dall’azionariato e se anche venisse concessa una proroga di qualche mese o anno, quasi certamente non verrebbe consentito di allargare il perimetro di Mps sotto l’ala pubblica.

L’altra ragione è puramente industriale oltre che di buon senso: la banca senese ha a sua volta la necessità di finire sotto l’ala di un gruppo di maggiori dimensioni, più efficiente e redditizio. Lo dimostrano la quotazione in Borsa e le difficoltà che Mps sta incontrando nel rispettare il suo piano di rilancio, difficoltà evidenziate dalla Bce nella sua lettera di dicembre. Impensabile in queste condizioni che Mps faccia da polo aggregante. Per l’istituto genovese (e per Mps), dunque, andranno trovate altre soluzioni. Su Carige le indiscrezioni si sprecano, così come le smentite ufficiali, ma l’ipotesi più probabile è che possa essere assorbita da Unicredit sempre che il governo sia disposto a garantire condizioni e garanzie simili a quelle che Intesa Sanpaolo spuntò per rilevare la parte “buona” delle due ex popolari venete. Ma il governo gialloverde sarà disposto a fare simili concessioni a una banca? Il rischio è che si perdano altri mesi di tempo, che la crisi di Carige – che viene da lontano – si avviti sempre più e che alla fine si arrivi poi alla soluzione, ma costi sociali ed economici maggiori per imprese e famiglie. Staremo a vedere.

Il caso Mps è ancora più spinoso di quello di Carige, sia per ragioni “politiche” (era la banca “rossa” per eccellenza), sia per ragioni economiche e sociali: nonostante il ridimensionamento dovuto alla pesantissima crisi finanziaria, Mps è ancora “grande” per numero di dipendenti, di clienti privati e di aziende, anche del territorio. In questi anni nessuno si è fatto avanti per rilevarla e anche oggi – nonostante la pulizia dei bilanci, la ricapitalizzazione preventiva con i soldi pubblici e la cessione di un grande quantità di crediti in sofferenza – l’appeal della banca senese è pressoché nullo per gli investitori a causa dei tanti problemi e della bassa redditività. Messa così, è difficile intravvedere una via d’uscita per lo Stato azionista e la scadenza di giugno (quando il governo dovrà dire a Bruxelles come intende uscirne) si fa di giorno in giorno più impellente. Tuttavia – non si sa ancora con quale consistenza e credibilità – inizia a farsi strada negli ambienti finanziari una “folle idea”: quella di accasare il Monte con una realtà più piccola ma più sana e che gode del supporto, in qualità di primo azionista, di un grande gruppo finanziario. Si tratta di Bper e del gruppo Unipol, che da tempo sta studiando il conferimento della propria banca – la disastrata Unipol Banca, il cui risanamento è costato una fortuna in questi anni al gruppo assicurativo – alla controllata Bper. In quest’ipotesi tutto tornerebbe – compreso il fatto che quelli che nell’ormai lontano 2005 “volevano una banca” finalmente ce l’avrebbero – ma battute a parte, le difficoltà di realizzazione di un’operazione di sistema che coinvolga questi o altri attori non sono banali e gli ostacoli, anche di carattere politico, potrebbero risultare insormontabili.

Comunque sia, il dossier banche è ora sul tavolo e già nelle prossime settimane si riuscirà a capire come si muoverà il governo. La speranza è che questa volta si parli di meno e si faccia di più, approfittando del fatto che la situazione è seria ma (non ancora) grave.

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