A quanto pare torna in televisione Daniele Luttazzi: le sue disavventure fatte di censure e querele me lo hanno reso più simpatico delle sue freddure.

In una televisione generalista fatta di troppi programmi di sfavillante desolazione, popolata di personaggi dalla perspicacia camaleontica e opportunistica, da Zelig della politica-giornalismo-intrattenimento senza soluzione di continuità, non gli sarà difficile crearsi nuovi problemi.

I suoi nemici lo hanno con lungimiranza fregiato con coccarde di libertà ed esaltato un certo ingegno, il che giustificherebbe la sua condizione d’esule televisivo. Ecco fatto, a un certo punto della storia l’esautorato diventa élite e la sua inaccessibilità alla narrazione dominante è ragione del suo fascino: egli solo può stanare la tristezza del divertimento mediocre e conformista.

La satira dei vari epurati ha in fondo l’insopprimibile forza di toccare il reale in modo sconcertante costringendo a una fastidiosa necessità di pensare. Chi strappa soltanto risate al cloroformio e consensi consolatori non incide in modo significativo sul reale, non rischia epurazioni ma semmai, alla lunga, perdita di potenza.

La potenza creativa nasce nel non saturo, alle frontiere dell’ovvio e in forme di resistenza molto concrete e indocili alla “melassificazione” delle idee e delle creazioni.

Il radicalismo degli outsider, se resiste alla tentazione d’essere un’elitaria forma ascetica, si esprime nell’irriducibilità ai “sacri” modelli di riferimento contemporanei e non aderisce a nessun dogma o protocollo. Infatti è ragione d’essere dell’outsider situarsi in luoghi d’inconsistenza dove il senso non è determinato e le estensioni tra sacro e profano infinite. Là, da molteplici punti d’osservazione e disancorato da logiche ossequiose dei rapporti di forza, può permettersi un’elaborazione creativa che scassa modelli involutivi dell’omologazione di massa.

L’outsider proscritto è, ancora di più, un silente elemento di disturbo della quiete pubblica. Il suo possibile ritorno in tivù è fonte di preoccupazione per quel potere informale e istituzionale degenerato in puro esercizio d’interesse privato nel pubblico, la malvagità, la corruttela e l’abuso a norma di legge ben intraviste nello sberleffo irriverente.

Nel predominio delle rappresentazioni che si equivalgono per mediocrità, il temuto outsider è sabbia nel motore dell’entertainment delle patetiche trasgressioni serializzate. In fondo gli si chiede implicitamente di grippare almeno per un po’ l’ingranaggio dell’estetica televisiva generalista, un sussulto d’acume carico di adrenalina.

Sordo alla richiesta subdola d’obbedienza senza espliciti comandi, senza propensione opportunistica e servile dissimulata in proclami di libertà, l’outsider è un desiderato inconveniente, una salutare seccatura, un casino per cui ne vale la pena.

Poche illusioni, però: ai tempi dell’integralismo economico e della real-fiction anche il feroce dissenso del barracuda, risorto a rinvigorente d’audience, rischia di finire nel tritatutto del mainstream come una qualsiasi telenovela.

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