Applausi, applausi e ancora applausi alla Procura della Repubblica (e alla Questura) di Torino. Finalmente, dopo cinque anni di un numero imprecisato di attentati in tutto il mondo, dopo esecuzioni sommarie, fosse comuni di bambini e stupri di donne in Siria e Iraq, dopo gli orrori (solo per restare in Europa) del Bataclan, Zaventem, i mercatini di Natale di Berlino, Manchester, il London Bridge, la Rambla e Nizza; finalmente, dicevo, abbiamo scoperto che ci stavamo sbagliando. Che finora abbiamo vissuto un colossale fraintendimento collettivo. E cioè che Daesh (Isis), tutto sommato, non è così male.

Perché è chi lo ha combattuto, ora, che deve farci paura. Chi lo ha combattuto, rischiando la vita. Per un Medio Oriente più libero e con maggiori diritti ma anche, vorrei ricordarlo a chi ha la memoria sempre troppo corta – a proposito, sapete che fine hanno fatto i tanto acclamati eroi di Kobane a cui l’Occidente ha voltato le spalle nel giro di un battito di ciglia? -, per un’Europa più sicura. E dunque, grazie, Procura della Repubblica (e Questura) di Torino! Noi, convinti che la parte giusta in cui stare fosse quella contro Daesh, abbiamo preso un abbaglio. Un tremendo e, a questo punto, pericoloso abbaglio.

La storia è questa: lo scorso 4 gennaio, cinque giovani hanno ricevuto dalla Digos un avviso in cui si dà loro notizia che la pm Emanuela Pedrotta ha chiesto nei loro confronti l’applicazione della sorveglianza speciale con divieto di dimora nel capoluogo piemontese. Paolo Andolina, Jacopo Bindi, Davide Grasso, Fabrizio Maniero e Maria Edgarda Marcucci sono stati in Siria. Quattro di loro si sono arruolati nelle Ypg (Ypj nel caso di Marcucci), le unità di protezione popolare a guida curda, per combattere l’Isis. Bindi, invece, ha fatto il volontario in Rojava, la Federazione democratica della Siria del Nord, e non ha mai imbracciato un’arma. Il motivo della richiesta di misure di prevenzione? “Impedire che […] possano utilizzare le loro conoscenze in materia di armi e di strategie militari per indottrinare altri militanti d’area e commettere delitti contro la persona con più gravi conseguenze”, dato che tutti “si sono arruolati in un’organizzazione paramilitare”. Argomentazione, questa, già di per sé falsa: come abbiamo visto, Bindi non ha fatto parte delle Ypg. E che rivela la (vera) finalità del provvedimento che la Procura vorrebbe adottare.

Facciamo un passo indietro. Oltre al viaggio in Siria, i cinque hanno una cosa in comune: sono tutti no Tav e frequentano due centri sociali torinesi, l’Askatasuna e l’Asilo occupato. Qualcuno di loro ha subito condanne e tutti hanno procedimenti a carico. Come decine e decine di altri no Tav. Eppure la Procura li vuole colpire proprio in virtù dell’esperienza maturata nel Kurdistan siriano. La domanda che pongo, allora, è questa: è sufficiente dire “hai fatto la guerra e quindi costituisci un pericolo per la società” senza tenere conto delle ragioni per le quali hai scelto di imbracciare un kalashnikov? Non è che i magistrati, in assenza di elementi solidi, siano stati costretti a ricorrere alla “scusa” della Siria pur di chiedere le misure restrittive? Perché, voglio ricordarlo, le misure di prevenzione vengono applicate indipendentemente dalla commissione di un delitto. E sono collegate, oggi, soprattutto a fini di antiterrorismo e di antimafia (D.lgs 159/2011 e Dl 7/2015).

C’è un’altra cosa da tenere a mente: le Ypg non sono considerate organizzazioni terroristiche (a parte dalla Turchia, che le mette sullo stesso piano del Pkk) né dall’Italia né dall’Unione europea né, tanto meno, dagli Stati Uniti, che le hanno supportate contro Daesh. I combattenti italiani che ne fanno parte, dunque, non sono foreign fighter né, aggiungo, mercenari (in genere viene pagato loro il biglietto aereo, stop).

Qui, a prescindere dalle motivazioni – sul piano giuridico – della Procura, c’è un enorme cortocircuito. Quello di voler danneggiare le persone alle quali dovremmo, quantomeno, un attestato di riconoscenza. Ma la sensazione che ho, in fondo, è che a Questura e magistrati, di Ypg, Rojava e curdi non freghi nulla: ciò che si vuole ottenere è colpire, limitandone le libertà, chi esprime un dissenso. Giusto o sbagliato che sia. L’udienza di fronte al giudice è fissata per il 23 di gennaio.

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