Lustratevi gli occhi, al cinema c’è Bumblebee. Su Rolling Stone David Fear l’ha buttata giù così: “è come se John Hughes avesse girato un Transformers movie…”. Vero. “Less is more” per il sesto capitolo diretto da Travis Knight del franchise Transformers della factory Michael Bay ovvero: meno distruzione/azione e più psicologia da coming of age. Come dire che togliendo dal centro della storia lo scontro tra ferraglia Autobot e Decepticon si possono percepire diversi cuori pulsare inaspettatamente all’unisono per un’amicizia incondizionata.

Il robot con il viso da “bombo”, privato di voce che si trasforma in maggiolone Volkswagen fa coppia perfetta, bilanciata e magica sensibilità tra amicizia e sentimento, con la ragazzina un po’ emarginata ma tanto magneticamente bizzarra. Gli walkman, Alf e Mr.T, playlist anni ’80, musicassette e vhs, transistor e il combo rarità radio-tv, sono tutti oggetti di culto che valgono ben più di una ricostruzione d’ambiente, e vanno ben oltre il tradizionale uso tappezzeria evocativa vintage di un realistico, caldo californiano 1987 del film (Bumblebee è quindi il prequel di ogni film Transfomers).

B-127, poi ribattezzato Bumblebee dalla fanciulla maschiaccio Charlie (accidenti che carattere e charme ha Hailee Steinfeld, la Mattie Ross di El grinta dei Coen), è in missione sulla Terra, inseguito dai due cattivissimi Shatter e Dropkick, ma anche da un gruppo speciale di militaracci reaganiani usciti con la loro paccottiglia di jeep e mitragliette da Superman II. Prima di ucciderlo, ma non ce la faranno, a B-127 viene staccato il software vocale. L’ammasso giallastro a forma di auto viene ritrovato in un deposito di roba vecchia da Charlie, ragazzina che ascolta gli Smiths e un po’ di metal, ancora addolorata dalla scomparsa del padre meccanico e con mamma severa, nuovo buffo patrigno e fratellino adoratore di Bruce Lee.

Due solitudini, mai tragiche, che si incontrano. Tuffo al cuore quando la sorpresa di Charlie nel garage si tramuta in curiosità ed emozione della conoscenza del diverso e Bumblebee, impaurito più di lei nel provare a comunicare, si accuccia enorme e sgraziato in un angolo dietro un’altra automobile. Niente metafore politiche, per carità, però qui si colpisce emotivamente forte e non ci si sgancia più dal racconto. Sembra di essere dalle parti di ET. Il segreto del maggiolone/transfomers è però difficile da non svelare. E la rinascita sociale di Charlie con i compagni fetenti di scuola, come con i familiari, viene turbata e scossa dal ritorno dei cattivi Decepticon che stavolta sono alleati all’ingenuo esercito americano per acciuffare Bumblebee e toglierlo definitivamente di torno.

Lo script di Christina Hodson riesce però a fare qualcosa di altamente spettacolare nel modulare un registro comico mai parossistico e surreale pur nell’inverosimiglianza dell’incontro sci-fi robot/umani. È come se il tono del film fosse una rievocazione spiritosa e accattivante della spensieratezza un po’ inconsistente ed edonistica di un’epoca. Quando nell’inseguimento generale, tra camionette militari e robot, il patrigno salva compagna, figliastro e Charlie, con una manovra assurda e impossibile ad un incrocio stradale in cui tutte le auto frenano e si fermano a mezzo millimetro l’una dall’altra ecco l’uomo dire: “L’ho visto fare in Miami Vice”. Zeppo di idee e di spunti in ogni sequenza, di trovate action e minisvolte di scrittura, Bumblebee sembra un film di Spielberg o di Lucas verniciato di fresco. Ad esempio la cura con cui è messo in scena l’aspetto sonoro, già  altamente significante nella caratterizzazione iniziale dei personaggi, diventa scelta poetica e stilistica forte quando Bumblebee vuole comunicare con Charlie, e il simpatico fidanzatino/compagno d’azione Memo, usando nella trasformazione in maggiolone stralci di brani musicali provenienti dalla (sua) autoradio. John Cena interpreta un militare nerboruto e ottuso tipicamente eighties. Fate agire la sospensione dell’incredulità e ne uscirete felici e commossi.

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