C’è un poeta che amo, un poeta che sento amico anche se non l’ho mai conosciuto, un poeta che era vivo e che è morto. Il suo breve passaggio su questa terra è racchiuso in due date: 1957-1996. Si è spento all’aperto, sopra una panchina. L’ho scoperto nella libreria di un amico, ho iniziato a leggere le sue poesie e le sue parole mi sono entrate subito nel sangue come un veleno, mi ha intossicato con la sua disperata bramosia d’amore, con la sua vitalità esacerbata, ogni parola mi colpiva come un pugno, come una sfida, sono finito al tappeto, ma era un tappeto volante.

Ho iniziato a chiedere notizie al mio amico che l’aveva conosciuto, lavoravano entrambi nella fotografia di moda, ed è venuto fuori il ritratto di un uomo elegante e maledetto, gentile e polemico, dal carattere difficile, brutalmente sincero, quasi osceno nel suo bisogno di vomitare fuori la sua verità, un uomo che si faceva del male con gli alcolici e non solo, un uomo disperato e nello stesso tempo gioioso come un fuoco d’artificio, imprevedibile come una sorpresa, tenero come un bacio che non dimentica mai di essere un morso addomesticato. Mi sono messo a fissare le foto del suo volto stampate sul suo libro di poesie, un bel volto di un angelo caduto nel fango della creazione. E mi è venuta voglia di dedicare un film ritratto alle sue parole, filmando le pagine porose, accarezzando le lettere come se fossero il suo volto.

Il cortometraggio – Ritratto di un poeta defunto – ha iniziato a vagare nella rete e ha raggiunto una persona che mi ha scritto un giorno: “Ciao, sono Cristina, sono stata l’ultima fidanzata di Gigi, ho visto il tuo film e mi sono commossa, vorrei conoscerti per dirti grazie“. Queste sono quelle cose che mi fanno capire che quello che faccio ha un senso e una sua dignità, all’inizio di ogni mio film dovrebbe esserci scritto “Non dimenticare i morti“. Amo l’eleganza dei morti, sono creature d’ombra che vengono a trovarci nel sogno, vivono nei nostri abissi e vengono a galla per accarezzarci mentre dormiamo, forse è per questo che amo così tanto i cuscini, li vedo come dei soffici altari sui quali consacrare l’ostia lucente del ricordo. Anche ricordare è una forma di lotta e di preghiera, si lotta per non arrendersi alla morte, si prega per trovare il coraggio di continuare a vivere appesi a un respiro fragilissimo, assediati dalle tenebre.

Poi ho conosciuto Cristina, è una ragazza che quando sorride fa il solletico alle nuvole, le ho chiesto un ricordo di Gigi, mi sembra giusto e bello chiudere con le parole di una persona che ha amato questo poeta: “Di Gigi ricordo lo sguardo profondo di chi sa intuire e comprendere. Ma anche di chi ti scruta per verificare che tu abbia ben compreso. E quella camminata elegante e leggera. Come se volasse. Lui che, in spiaggia, era sempre quello vestito (con eleganti pantaloni bianchi e camicia!). Aveva un viso dai lineamenti giovani, una pelle delicata e liscia. Ne ricordo il profumo. Gigi aveva il profumo di un bambino. La sua fisicità era come un’irruzione. Sollecitava energia. Poteva scoppiare a ridere o improvvisamente disperarsi e piangere. Esattamente come si vive e si muore.

Dava peso alle parole, alle forme, ai colori. Usava parole ben scelte. Parole che costruivano mondi interi. Sapeva colpire con le sole parole. Nel bene o nel male. Lasciava tracce di sé in ogni discorso. Aveva la capacità magnifica di comunicare visioni. Ogni cosa che raccontava assumeva sembianze così nitide da far credere all’ascoltatore di averla realmente vissuta, in prima persona. Che fosse verità o finzione. Non era romantico, era possente. Pervadeva ogni spazio, come l’aria. Mi dava la sensazione che non esistesse in lui una vera linea di demarcazione tra passato e futuro. Era come una moltitudine di istanti del tempo che si ripetono infinite volte in ogni stesso punto. Una specie di presente dilatato. Un eterno presente. Dire che fosse di estrema sensibilità sarebbe banale. Questa parola è, troppo spesso, usata come giustificazione di chissà quali debolezze. Era sensibile, sì. Il resto non fa parte di ciò che conosco, o che ho compreso.

Anche l’amore che donava era potente. Sapeva farti sentire non la sola, ma la scelta. Mi ripeteva sempre ‘ti porto su un vassoio d’argento’. Le sue parole non avevano fine. Nelle interminabili telefonate, nei racconti, nella musica, nelle visioni. E tutto quello che donava era sempre una parte di se stesso. Nei racconti, nella musica, nelle parole, era lui stesso che si donava. E questi doni, o parti di sé, anche in sua assenza continuavano a vivere e rivivere nella mia mente. Utilizzava spesso la parola ‘rivivere’. Così, forse, come quell’eterno presente in cui tutti gli istanti del tempo rivivevano continuamente.

Penso che a volte soffrisse. Penso che, più di tutto, soffrisse della consapevolezza di non essere stato compreso. Penso che soffrisse quando non si dava peso a ciò che donava. Perché certamente lo interpretava come rifiuto di ciò che lui stesso era. Stare con lui mi dava una sensazione particolare, che oggi potrei interpretare così: la certezza che avrei dovuto avere il coraggio di donare, e la forza di diventare ogni giorno migliore, e così poterlo seguire”.

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