SENZA MAI ARRIVARE IN CIMA – Paolo Cognetti (Einaudi, 2018)

Inutile, Paolo Cognetti è uno scrittore dal talento immenso. Ti acchiappa all’amo nelle prime quattro pagine e non ti stacchi più. Dopo l’unico vero grande romanzo contemporaneo italiano, Le otto montagne, Premio Strega 2017, il quarantenne milanese torna a scrivere, guarda caso, di montagne. E come nella precedente opera l’importante non è arrivare in cima, non è compiere il tragitto per celebrare una vittoria agonistica. Bensì la necessità di ascoltarsi, di comprendere sé stessi e il senso del proprio camminare. Con lui alle pendici dell’Himalaya ci sono Nicola, Remigio, gli yak, le guide nepalesi, le parole di Peter Matthiesen a fare da apripista. E poi ancora l’idea cortese, ammaliante e penetrante dello Gnaskor, del girovagare, ovvero come vengono definiti i pellegrinaggi in Tibet. Solo che qui Cognetti&Co. camminano per 300 chilometri, superano otto passi oltre i 5mila metri, ma non arrivano mai su una vetta. “I cristiani piantano croci in cima alle montagne, i buddisti tracciano cerchi ai loro piedi. Trovavo della violenza nel primo gesto, della gentilezza nel secondo; un desiderio di conquista contro uno di comprensione”.

Poi quando leggi Cognetti che descrive ciò che vede attorno a lui – lo so, sono patetico – ti sembra di vedere tutti i dettagli attorno a te, di sentirne l’odore, di percepirne la temperatura, l’umidità, il gelo, il calore. Così i luoghi dai nomi strani e spigolosi (Phoksundo,  Kanjiroba) diventano la punteggiatura di una faticosa, tesa e dolorosa esplorazione di un ignoto affascinante spazio profondo anche del proprio sé. A malapena un centinaio di pagine; circa ogni venti una cartina a china dell’autore con i percorsi effettuati; in ogni facciata stralci di sublime sinfonia letteraria. “Immersi la mano nell’acqua gelida e mi sembrò una promessa di quelle neve”. Grazie Paolo. Sempre.