C’è un momento in cui per molti di noi “suona la campana”. Questo me lo diceva sempre mio padre, partigiano decorato, che alla domanda “Quando hai deciso di diventare un partigiano?” mi rispondeva che arriva per tutti un momento in cui suona la campana. Era un grande estimatore di Ernest Hemingway, naturalmente, e mi ha lasciato in eredità un particolare spirito fondato sulla Resistenza, sui grandi romanzi di Hemingway come Il vecchio e il mare e Per chi suona la campana, appunto. Non credo che i nostri governanti abbiano l’abitudine di leggere i romanzi, ma per capire cosa sta accadendo e cosa accadrà non basta passare ore sui social: bisogna averli letti obbligatoriamente, come un tempo imponevano i genitori assennati.

Non c’è più tempo ed è ora che si faccia girare nelle scuole il documentario Before the flood di Leonardo Di Caprio, per far capire bene ai piccoli di oggi che non c’è tempo. È ora forse che lo facciano nuovi partigiani verdi, con la consapevolezza che non si può delegare a nessuno questo compito, perché spunteranno sempre nelle democrazie – attraverso meccanismi elettorali col trucco nella raccolta dei consensi – leader come vuoti a perdere: ottimi per vincere, inutili per governare. Finché sarà così, il governo vero resterà saldo nelle mani di multinazionali e dei potentati economici, sempre più invisibili ma sempre più potenti e capaci di condizionare la durata dei territori soggiogandoli ai propri interessi economici.

Con i cavillismi pseudo-giuridici da loro governati passeranno tutte le scelte alle quali affiancheranno la magica parolina “opera strategica”. Ma strategica un cavolo! Per chi e perché strategica? La vera strategia è quella della sopravvivenza cui ci stiamo sottoponendo. Oggi ci svegliamo e la prima cosa che guardiamo è se siamo in allerta arancione o rossa. Se il mare continua a sfornare pesci a due teste e con lische geneticamente modificate. Invisibili malattie attaccano prima gli ulivi ed adesso anche gli albicocchi. Incendi continui e dolosi – quando non ci pensa un’alluvione o la pioggia – devastano i nostri boschi. La diossina invade le nostre città ammorbando l’aria, venti sollevano polveri letali in quartieri vicini a fabbriche incontrollate. Le nostre falde da nord a sud sono inquinate da nichel, manganese, cromo esavalente, arsenico. Le discariche pompano percolato velenoso nel sottosuolo e rifiuti in estensione equivalenti a un’intera città giacciono da tempo disseminati sopra e sotto le nostre campagne.

L’irrompere improvviso di fenomeni tropicali mette a dura prova le nostre costruzioni vetuste e carenti in manutenzione, terremoti a bassa intensità si susseguono giornalmente nel segno di un sottosuolo sofferente e in continua inquietudine (il mese scorso sulle Murge, dieci giorni dopo a Rimini). Franano un giorno sì, mentre l’altro crollano almeno due strade e ponti al giorno dalla Liguria, al Veneto, alla Calabria. E dopo, ancora stare a sentire governanti che ci parlano di energia, mobilità, inceneritori, trivelle, il tutto nascosto sotto le mendaci vesti della realpolitik, dell’assetto strategico globale o di altre menate inascoltabili? Basta. Qui ci vogliono partigiani verdi. Che siano nonni, padri, madri, così come oggi affrontano – come volontari – tutti i disastri e le catastrofi. Si decidano a operare una lunga Resistenza che impedisca prima ciò che i governanti provocano dopo. Lo si faccia localmente come da anni fanno in Piemonte, in Salento, in Veneto, in Sicilia e non più solo gentilmente, perché il tempo non è infinito e a esser buoni e gentili ci si perde soltanto. Si urli e si lotti prima che sia troppo tardi, prima che la violenza arrivi incontrollata come già accade in Francia. Si difenda la propria terra come ci hanno mostrato i nostri padri. Before the flood!