Quo Vadis (Baby)? A leggere le sciocchezze pubblicate a caldo sul web si capiva che la madre del “andava fatto così” è sempre incinta. Baby, la serie Netflix su quello che in cronaca fu definito il giro delle “squillo minorenni dei Parioli” è un’opera gradevolissima, elaborata con cura a livello di scrittura, e recitata con parecchia grinta e professionalità. C’è poco da dire: quando attorno all’amo morboso del tette&culi si prova a costruire un teen drama con sottotrame, immerso in un continuo drunk texting, e si ottunde la visione carnale con sapienti fuori campo o fuori vista, qualche parruccone (spesso tra gli aficionados di soap e telenovelas spacciate per serie Rai) storce il nasino e casca dal trespolo alla ricerca di un angolo di schermo che contiene una chiappa nuda. Per ora, e lo diciamo dopo una rapida immersione nell’intera prima stagione, lo sguardo sui corpi adolescenti proposto in Baby (regia assortita tra Anna Negri e Andrea De Sica) non è per nulla morboso, ammiccante, provocatorio.

La discesa agli inferi nella prostituzione da quartiere bene è supposta fin da subito nella teoria come eventualità per nulla piacevole, come scappatoia possibile dall’incomprensione familiare e sentimentale, poi accennata e affrontata solo tra il quarto e quinto episodio, oltretutto all’interno di un contesto (almeno per Chiara, una delle due protagoniste) che sembra risultare una plausibile fuga d’amore con un gran bellimbusto di trenta, quarantanni. Idem per Ludovica che prima di accompagnare un rubicondo dentista fuori a cena, e successivamente a soddisfarne le voglie nel suo studio, va a letto con un bel ragazzone trentenne, guardaspalle del boss delle squillo teen tanto viscido quanto innocuo. Lo script di Baby dà quindi per scontato che per ragazzine (e ragazzini) sui 16 anni, in un collegio privato dei Parioli a Roma, ci sia un’attività sessuale abbastanza frenetica e voluta, con la possibilità di una deviazione sul dato criminale della prostituzione. Dato penalmente perseguibile, ma assolutamente realistico ben più dello spirito santo procreatore. Per questo la produzione Netflix pur in una delle sue più tradizionali confezioni formali, non è per nulla moralmente biasimabile, anzi. Tenere defilato il contesto fuorilegge, farlo occhieggiare da dietro una porticina scura, un po’ come fosse la tentazione di Lucignolo per Pinocchio (sarà un caso che l’istituto privato si chiami Collodi?), rende il racconto avvincente e credibile, e rende perfino giustizia al dato di cronaca (procedura non obbligatoria, peraltro).

Dicevamo delle due protagoniste Chiara (Benedetta Porcaroli) e Ludovica (Alice Pagani, l’annoiata del Bunga Bunga in Loro di Sorrentino). La prima è un ovale biondo dagli occhi azzurri madreperla, ragazzina perfetta con madre (Galatea Renzi) alto borghese cornificata dal maritino (Massimo Poggio). La seconda, capelli neri tagliati cortissimi, nuca scoperta e tatuata, leggiadria ingenua e sbarazzina, mamma svampita (Isabella Ferrari) e padre separato. Non sono proprio amiche subito, le due ragazze, ma lo diventano gradualmente proprio grazie al segreto del loro percorso da squillo d’alto bordo. Chiara ha dapprima più feeling con Camilla (Chabeli Sastre), sorella del bel perfettino Niccolò (Lorenzo Zurzolo), figli di una coppia di ex sessantottini oggi ovviamente moralisti e conservatori. Dall’altro capo della storia c’è poi l’angolo di universo che ruota attorno a Damiano (Riccardo Mandolini, figlio di Nadia Rinaldi) il “coatto” di periferia finito nel palazzo di un’ambasciata a seguire il rigido padre diplomatico che diventa improvvisa preda sia di Chiara che di Camilla; e il duetto preside (Tommaso Ragno) dell’istituto con il figlio Fabio (Brando Pacitto) che non riesce a dichiarare e vivere la sua omosessualità.

Viviamo in un acquario, ma sogniamo il mare”. Dice la voice over di Chiara, mentre la macchina da presa plana dall’alto sui tetti di una Roma ingolfata di “macchinette”, motorini, allenamenti di atletica come mantra, nessun accenno a credo religiosi, giacche, cravatte e gonne al ginocchio per gli alunni della scuola privata Collodi.  I ragazzi di Baby sfidano la società cercando la loro identità ancora nebulosa attraverso la ricerca di amori proibiti. Le coppie scoppiano e si riformano, ma oltre alla dinamica di sesso a pagamento, c’è pure un rapporto senza compravendita di anime tra una mamma quarantenne e un sedicenne. Anche se la necessità di mostrare il dettaglio pruriginoso è assente. Per attendere un bacio, di quelli veri, come direbbe qualcuno “con la lingua”, si arriva a fatica al terzo episodio. La cifra dello script firmato dal collettivo GRAMS* è proprio in questa immersione pudica, contemplativa, mimetica tra adolescenti (e adulti) che vivono con in mano uno smartphone e tramite quello respirano, si esprimono, prendono decisioni importanti. Il resto, anche quello più compromettente e lascivo, è una eventualità. È il desiderio di crescere, di sentirsi amati, apprezzati, qualcosa di antico come il mondo della drammaturgia, a diventare merce di scambio. “Mi trattava come se fossi grande”, spiega Chiara a Ludovica nel parlare del (primo) rapporto sessuale avuto con il bel quarantenne. Baby si ferma per ora alla sesta puntata della prima stagione. Lascia ovviamente molti punti in sospeso, rapporti appena sbocciati, confessioni, amori segreti, ma non calca particolarmente la mano sulla presunta avidità, come lo spunto di partenza voleva, delle due ragazzine protagoniste. Chiara e Ludovica non vanno giù di testa per un top di paillettes o l’ultimo modello di Nike; non sono delle dissennate Bling Ring, ma delle impulsive Pretty Woman tentate dalla scorciatoia di una crescita fulminea quando attorno amici, fidanzati, e soprattutto genitori, sembrano non capire nulla di loro. Affascinanti e volutamente acerbe, Porcaroli e Pagani, qualunque cosa si dica in giro, sono molto brave nel trattenere e far esplodere di continuo quella ingenua malizia e quella immensa fragilità da adolescenti indecise a tutto.

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