Anche gli imprenditori hanno fatto sentire la loro voce per protestare contro il governo. Con loro i lavoratori che hanno perso il posto. La crisi li ha messi dalla stessa parte: aziende, sindacati, artigiani, senza più padroni e operai. Adesso sono tutti insieme contro i partiti che stanno fallendo il più importante degli obiettivi di chi governa: la crescita.

Il governo dei sovranisti ha prima illuso e poi deluso la sua missione. Dovevano abbassare le tasse, promettevano un reddito minimo da 780 euro per tutti, volevano anticipare la pensione, dicevano che si sarebbero occupati di far stare meglio il Paese, azzerando le disuguaglianze sociali, al grido di “noi aboliremo la povertà!”. Invece hanno solo devastato una ripresa che iniziava a manifestarsi.

Quello che abbiamo di fronte è un 2019 di recessione, con il Pil che ha messo la retromarcia in direzione di temperature glaciali. Sottozero la nostra economia, gelati i consumi, bloccati 53 miliardi di appalti. E’ come se Salvini e Di Maio avessero chiuso il Paese in una stanza buia gettando via la chiave.

Oggi siamo messi così purtroppo: il decreto dignità fa perdere ogni giorno 627 posti di lavoro mentre il ministro Luigi Di Maio, alle prese con i suoi guai famigliari, non produce un solo posto di lavoro in più. Gli ordinativi delle aziende sono al palo, l’export è in calo, le industrie vedono la stagnazione, i soldi degli italiani son tornati sotto il materasso, lo spread ha bruciato centinaia di miliardi della nostra ricchezza e le conseguenze del suo rialzo iniziano a farsi sentire sul costo dei mutui fissi e sulle spese delle famiglie, a partire dalle rate: se vogliamo acquistare un’auto, ci costerà di più.

I sovranisti perduti nel loro stesso libro dei sogni stanno capendo che non si gioca più: gli zero virgola che cercano di minimizzare di fronte all’opinione pubblica sono miliardi e loro lo sanno bene. Con troppe retromarce e passi falsi stanno andando nella direzione indicata dall’Europa: c’è da scommettere che alla fine il deficit sarà intorno al 2%.

Troppo alto il costo di una procedura d’infrazione, improponibile la solita idea di uscire dall’Eurozona. Hanno preso in giro gli italiani promettendo la luna e inchiodando il Paese a un domani migliore che si è già rivelato per quello che è: un’illusione. Invece questo Paese ha bisogno di concretezza, non di folli allo sbaraglio.

Per non parlare della spaccatura sociale che stanno esasperando. Esiste ormai una questione settentrionale tra il governo e il modo delle imprese che sta insorgendo contro le strampalate ricette sovraniste: dopo tre anni di crescita il tessuto imprenditoriale che ha la sua colonna portante nel Nord ha dovuto frenare.

Le proteste di questi giorni, da Torino a Milano, sono il segno di una rivoluzione che fa tornare attuali schemi che parevano superati: il nord produttivo, il sud inchiodato al pregiudizio dell’assitenzialismo. Salvini e Di Maio sono riusciti a restituire tinte forti a questi vecchi ritratti. Invece di unire l’Italia e accorciare il gap, il governo sta creando distanze pericolose. Eppure se Salvini e Di Maio sono incompatibili, come è di tutta evidenza, con la guida dell’ottava potenza più industrializzata del mondo, la loro compatibilità come apprendisti stregoni del populismo è perfetta.

È proprio grazie alla splendida sinergia mostrata dai due vicepremier nella demolizione delle riforme che negli ultimi anni hanno rafforzato la credibilità internazionale dell’Italia – dal Jobs Act alla legge Fornero, dai tagli alla scuola, alle imprese e alla formazione – che il nostro Paese si trova oggi nella condizione che tutti possiamo vedere: immobile, ostile alle imprese, incapace di creare lavoro, nemico della crescita, isolato sul piano internazionale, percepito come un rischio dagli investitori.

Noi abbiamo riformato, loro hanno gattopardianamente lasciato tutto com’è. Purtroppo non è quasi mai destino dei riformatori di essere premiati dagli elettori. Eppure le riforme definite strutturali devono essere fatte, e mantenute, non solo per adempiere gli impegni europei quanto per modificare, nella struttura appunto, le debolezze economiche e sociali di un Paese.

Il tempo ci dirà che avevamo ragione, anche se il tempo perso spesso produce danni irreversibili.