Cinema

Ride, insinuante e prodigioso esordio di Valerio Mastandrea alla regia. Al Torino Film Festival un film atipico e “resistente”

Un'opera coraggiosa, libertaria, dove nelle singole sequenze l'attore dietro la macchina presa sembra non scegliere mai la via più semplice per arrivare al risultato prefissato. In sala il 29 novembre in 110 copie distribuito da 01 Distribution

di Davide Turrini

Lasciatemi libera di non piangere ai funerali di mio marito. È una richiesta di indipendenza politica, culturale, e intima che Valerio Mastandrea cuce addosso a Carolina (Chiara Martegiani, nella realtà sua moglie) protagonista di Ride: piccolo, insinuante e prodigioso esordio alla regia dell’attore romano in Concorso al 36esimo Torino Film Festival. A Carolina è morto il marito in fabbrica durante un turno di notte. Una morte bianca che è finita perfino in tv e di cui tanti piangono invadendole gradualmente l’appartamento: dall’ex fidanzata delle superiori, agli amici più cari (che si stanno per lasciare); dalla vicina di casa truccatrice che le impone eyeliner, matita e contegno, al barelliere ex compagno di calcio giovanile che pronuncia quella parola da sempre incomprensibile e inanimata che è “condoglianze”.

Solo che lei, dove gli altri affogano nel mostrare il loro dolore, non riesce a versare nemmeno una lacrima anzi, al massimo fa qualche sorriso. Non serve a nulla riascoltare la voce del marito in un messaggio vocale dello smartphone o il brano musicale che ricorda il loro amore. Carolina non riesce a piangere. E glielo rinfaccia pure il figlioletto Bruno (Arturo Marchetti) che sul tetto di casa, assieme al suo amico prepara possibili domande e risposte per le interviste che rilascerà ai telegiornali che affolleranno le esequie.

Ride, pronunciato in italiano, e non “raid” all’inglese mi raccomando, è un film terribilmente tragico che trova continue fortunate scappatoie comiche per bucare la rigida formalità tematica alla sua base. E lo fa con una grazia e una potenza davvero inattesa. Tutti a dire che la regia di Mastandrea rispecchia “leggerezza, impegno, dolenza e umorismo” del suo essere attore. Ecco, dissentiamo un  pochino. Mastandrea fa qualcosa di molto forte e che politicamente assomiglia a I pugni in tasca di Marco Bellocchio. Va contro le convenzioni sociali. Innesta una retromarcia, anzi una impossibile marcia di lato.

“Non riesco a piangere, non posso sentirmi in colpa, lasciatemi in pace” è un grido metaforico di sincerità e autonomia intellettuale che in pochi saprebbero imporre in un’opera prima. Chiaro, a ognuno la sua epoca, a ognuno la sua ribellione. Ma questa crepa al quadro delle abitudini, questo non abbandonarsi al lutto in modo “tradizionale” (“volevate che mi gettassi per terra come una posseduta o prendessi psicofarmaci?”), fa di Carolina una figura timidamente ribelle nei confronti di una contemporaneità omologata anche e soprattutto nei momenti pubblici di dolore.

Tre i punti di vista del racconto (Carolina, Bruno, e Cesare, il padre del morto – un Renato Carpentieri sempre immenso); un interno come l’appartamento di Carolina vissuto non come tinello esistenzialista ma come luogo di connotazione e rispecchiamento umanamente popolare (ciabattine, felpetta, tovaglietta, divano sformato); esterni ariosi ed autentici come la casupola di Cesare sul litorale laziale e il microcosmo di vecchi ex operai che gli ruota attorno o quel tetto di casa con i bambini che è poesia pura, fanno di Ride un film coraggioso, libertario, dove nelle singole sequenze Mastandrea regista sembra non scegliere mai la via più semplice per arrivare al risultato prefissato.

Ci sono poi piccoli accorgimenti drammaturgici mai banali (il cadavere che non si vede, la mancanza della classica foto posticcia sul comodino su cui piangere), momenti teatralmente e sorprendentemente stranianti e surreali (la pioggia casalinga e la bara vuota), e tutto un discorso storico/politico (forse la parte meno sostenuta, anche se dolorosissima) sulla responsabilità dei padri rispetto ai figli sul tema del lavoro (“Si deve morire in guerra non al lavoro”) che rendono questo esordio maturo, atipico e resistente in un panorama cinematografico spesso privo di coraggio.

“Nell’epoca in cui viviamo è difficile entrare in contatto con la spontaneità delle nostre emozioni. Mi interessava dare la colpa a questa società che ti impedisce di vivere il dolore in modo sano”, spiega il regista all’incontro con la stampa del TFF. “Il tema delle morti bianche non è una mia ossessione (è al centro anche del suo cortometraggio Trevirgolaottantasette del 2005 ndr), ma soprattutto è da anni che su questa tragedia non è cambiato nulla, anzi qualcosa è cambiato ma in peggio. So che la stampa è in buonafede, ma spesso si occupa di una morte del genere per tre quattro giorni poi la notizia scompare. E poi voglio dire che il lavoro non va festeggiato come si fa per il 1 Maggio, ma va reclamato”. Ride esce il 29 novembre in 110 copie distribuito da 01 Distribution. Valerio Mastandrea e Chiara Martegiani saranno ospiti della redazione del fattoquotidiano.it, giovedì 28 novembre alle ore 16.45.

Ride, insinuante e prodigioso esordio di Valerio Mastandrea alla regia. Al Torino Film Festival un film atipico e “resistente”
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