Novecentocinquanta euro all’ora. Più l’Iva, la cassa forense, il rimborso spese. È il contratto siglato dall’avvocato Domenico Aiello e la Lega il 18 aprile del 2012. Travolto dagli scandali giudiziari, Umberto Bossi si era dimesso da segretario solo 13 giorni prima e il partito era stato affidato a un triumvirato composto da Manuela Dal Lago, Roberto Maroni e Roberto Calderoli. È quest’ultimo – insieme all’allora segretario amministrativo Stefano Stefani – a siglare il contratto di Aiello, anche se l’avvocato è notoriamente uomo vicino all’ex governatore della Lombardia. Il quale, dopo aver lasciato la politica attiva, è recentemente tornato a esercitare la professione forense proprio nello studio dell’amico Aiello. All’epoca in cui il Carroccio si affidava al legale d’origine calabrese, Maroni si preparava a scalare il partito: sarà incoronato segretario nel luglio dello stesso anno e resterà in carica fino alla fine del 2013.

Titoli e soldi: un partito impoverito – È in quel periodo, in quei quindici mesi, che il famoso tesoretto della Lega comincia a evaporare: scompare a colpi di bonifici. Nel 2011 a bilancio erano iscritti attivi per 47 milioni 791mila euro, con un patrimonio da 46 milioni, 20,3 milioni in titoli, 12,8 milioni di liquidi. Nel 2017 il patrimonio è sceso a 4,5 milioni: 41 milioni si sono persi per strada in sei anni. Di quei titoli, invece, non c’è traccia: nel 2012 scendono a 7,8 milioni, nel 2014 a 3,2 , l’anno dopo sono iscritti per 1 euro e 44 centesimi. Quindi nel 2015 scompaiono. Che fine hanno fatto? Non si sa, e dal bilancio pubblicato online dal partito non si capisce. Quello che si sa è che ha ragione Matteo Salvini quando dice che i famosi 49 milioni di euro, oggetto delle ricerche delle procure di Genova e Milano, non ci sono più: sono stati spesi. E in modo molto veloce. Il problema, semmai – come segnala l’ex revisore Stefano Aldovisi in un esposto alla procura depositato alla fine del 2017 – è capire come siano stati spesi. I bilanci, infatti, raccontano che proprio durante l’era Maroni, la cassa del partito è stata praticamente bruciata.

“Volevano chiudere il partito” – “Sembrava che Maroni volesse chiudere la Lega: per questo ne ha svuotato le casse. Prima ha esternalizzato tutti i servizi interni, poi ha usato ogni energia e risorsa per vincere le elezioni regionali”, dice un ex dipendente del Carroccio al fattoquotidiano.it. La prima pesante botta ai conti del partito ex secessionista arriva nel 2012, primo anno di Bobo segretario: l’attivo scende da 47 a 40 milioni , il patrimonio da 46 a 35 e fa registrare una sorta di giallo. Si chiamano oneri diversi di gestione e – come fa notare Fabio Pavesi su Lettera43 – di solito sono spese minime: a bilancio, però, sono iscritti per più sei milioni di euro. A cosa sono serviti quei soldi non è chiaro come non è chiaro a chi siano finiti i 5,4 milioni di “contributi ad associazioni”. Quali associazioni? Dal bilancio non si capisce. Nel 2013, ultimo anno di Maroni leader, gli oneri diversi di gestione pesano sulle casse di via Bellerio addirittura per quasi nove milioni, mentre i contributi ad associazioni sono due milioni. Spese fuori controllo, e per averne la prova basta vedere quanto spende la Lega per quelle due voci nel 2017: gli oneri diversi di gestione valgono “appena” 201mila euro mentre il Carroccio dona alle associazioni solo 15mila euro.

Avvocati che costano – Il 2013 è l’annus horribilis per i conti della Lega: i liquidi passano dai 23 milioni dell’anno prima ad appena sei milioni, il patrimonio scende da 35 a 21 milioni. Nello stesso periodo un’altra voce esplode: quella delle spese legali. Nel 2011 pesavano per 305.953 euro, l’anno successivo crescono fino a 538.288. Quanto paga di avvocati la Lega nel 2013? Tre milioni e 102 mila euro. Dieci volte in più rispetto all’ultimo bilancio firmato da Bossi. Un particolare che ha nutrito i gossip degli ex dipendenti della Lega, messi tutti in mobilità tra il 2015 e il 2017. “Bobo – spiega uno di loro al fattoquotidiano.it – ha messo dentro il suo avvocato con un contratto da alcune centinaia di euro all’ora”. Ilfattoquotidiano.it ha potuto prendere visione di quell’accordo che lega l’avvocato calabrese al partito di Alberto da Giussano: per sé Aiello pattuisce una paga da 450 euro, per il suo associato Lorenzo Bertacco di 300, per altri da individuare caso per caso di 200. Tutto all’ora, più il 22% di Iva e il 4% di cassa di previdenza forense, come è verbalizzato su carta intestata dello studio associato Aiello Brandstatter: si tratta di Gerhard Brandstätter, ex socio dell’uomo di Maroni. Ma soprattutto presidente della Sparkasse, perquisita nei mesi scorsi dalla Guardia di finanza di Genova alla ricerca di tre milioni di euro che dal Lussemburgo sarebbero tornati in Italia. Il sospetto degli investigatori delle Fiamme gialle è che quella possa essere una parte del tesoro e contemporaneamente stanno esaminando l’intreccio di società, associazioni e fiduciarie che sono state create durante il processo a Bossi, Belsito e i revisori. Sotto la lente ci sono almeno una quindicina di “satelliti”: bisogna stabilire se abbiano ricevuto soldi dal partito o per il partito o se siano soggetti autonomi.

I soldi in Alto Adige – La banca altoatesina ha ospitato in passato un conto corrente della Lega pari a 20 milioni di euro. Ad aprirlo era stato lo stesso Aiello, che parlando con Peter Schedl, allora direttore generale della Sparkasse, cercava di ottenere un interesse vantaggioso. Le conversazioni dell’avvocato calabrese sono state intercettate dalla Dia di Reggio Calabria e pubblicate da Marco Lillo nel volume Il potere dei segreti (Paper First): anche se non hanno avuto alcuna ripercussione sul piano penale sono utili per capire cosa si muovesse sullo sfondo del Carroccio all’epoca. “Andiamo via in una situazione che è il 3 e mezzo. Lui indicava il 4, c’ero io quando ha chiamato”, dice Aiello intercettato riferendosi a Brandstatter. “Il 4 non è possibile – risponde il dg – facciamo così partiamo dal 3 e mezzo e poi da lì vediamo strada facendo”. L’anno successivo Salvini – appena eletto segretario – ordina di spostare quei soldi su un conto in Banca Intesa. Il motivo è spiegato in una mail inviata da un dirigente Sparkasse allo stesso Aiello nel febbraio del 2013: “Il tasso attualmente applicato si intendeva legato a una determinata operatività… si era prospettata la possibilità di investire in fondi, azioni, obbligazioni societarie. Successivamente siamo venuti a conoscenza del fatto che la legge vieta ai partiti politici di investire la propria liquidità in strumenti finanziari diversi dai titoli emessi da Stati membri della Ue”. Una contestazione che lo stesso manager fa all’avvocato al telefono il 12 marzo del 2013: “Che pasticcio! Questa cosa spicca agli occhi di qualcuno che venisse a fare dei controlli nel senso che mi dicono: ‘perché tutti gli altri clienti con patrimoni grossi hanno l’1,5 e questo ha il 3,5”. È forse anche per questo motivo che l’avvocato viene pagato profumatamente: è l’uomo che risolve i problemi.

“Deve arrivare una valanga di soldi” – La storia della scomparsa dei soldi della Lega, infatti incrocia le lotte di potere intestine al Carroccio, dilaniato dall’estromissione di Bossi e dalla scalata di Maroni. Che all’epoca sembra avere un solo obiettivo: costituire una sorta di fondazione blindata dove nascondere i beni del partito per metterli al riparo dalle rivendicazioni dei fedelissimi del senatur. Come Matteo Brigandì, legale storico di Bossi, ex parlamentare e acerrimo “nemico” di Aiello: ad oggi è l’unico che è riuscito a spillare quattrini alla Lega. Lo ha fatto alla fine del 2012, quando chiede e ottiene dal tribunale di Pinerolo il sequestro di 2 milioni e 600mila euro su un conto corrente aperto nella filiale vicentina di Unicredit. Brigandì è uno che conosce bene il Carroccio, di cui è stato parlamentare: attacca chirurgicamente i conti periferici del partito, quelli dove arrivavano i finanziamenti pubblici. “Noi dobbiamo segregare un patrimonio esistente di 20 milioni e uno nascente”, confiderà nel gennaio del 2013 Aiello al commercialista Massimo De Dominicis: “Anche perché loro prendono una vagonata di soldi a dicembre e una vagonata a luglio e adesso è arrivata una vagonata di soldi”, aggiunge il legale. Che è essenziale anche in un’altra fase: la firma dell’accordo tra Bossi e Salvini per sancire la pace tra la Lega del passato e Lega del futuro.

Faide e guerre intestine – Era la famosa scrittura privata siglata da Salvini, da Bossi, da Brigandì e dall’allora segretario amministrativo Stefano Stefani. In quattro pagine firmate il 26 febbraio del 2014, si siglava la pace tra vecchia e nuova Lega. Brigandì rinunciava a rivendicare una parcella milionaria per aver difeso il partito dal 2000 al 2013 e in cambio l’attuale segretario assicurava a Bossi una “quota” pari al 20% delle candidature in posizione di probabile elezione, più uno stipendio da presidente di partito pari a 450mila euro l’anno come “agibilità politica“. Poi, al punto sei del documento, Salvini sottoscriveva che “la Lega non darà ulteriori mandati all’avvocato Aiello”, mentre al punto otto, si impegnava “ad affermare, a mera richiesta, in ogni sede la correttezza del comportamento di Brigandì dal punto di vista morale e deontologico”.

La pace non rispettata – Un patto che verrà in gran parte disatteso. A cominciare dalla presunta correttezza di Brigandì: l’avvocato, infatti, ha visto la Lega costituirsi parte civile nel processo a suo carico a Milano per patrocinio infedele e autoriciclaggio. Proprio per questo motivo, all’udienza dell’8 novembre Brigandì ha ricordato l’esistenza di quella scrittura privata, “Quella sottoscrizione è ben antecedente alle accuse emerse dall’inchiesta”, ha detto l’avvocato Lorenzo Bertacco, che rappresenta ancora oggi la Lega e fa sempre parte dello studio legale Aiello. Anche dopo il ritiro dalla politica di Maroni, dunque, l’avvocato calabrese è rimasto vicino al Carroccio: via Bellerio, in pratica, ha continuato ad affidargli mandati difensivi. Se ai prezzi stabiliti nel 2012 o ad altri più economici non è dato sapere.

Il processo che si estingue – D’altra parte è lo stesso Aiello che già quattro anni fa avvertiva Stefani su quello che era l’oggetto fondamentale di quell’accordo di pace tra Salvini e Bossi. È il punto sette della scrittura privata: “Il procedimento penale pendente avanti il tribunale di Milano ove Bossi è difeso da Brigandì, non avrà, da questo momento, alcuna interferenza da parte della Lega che non intende proporre azione risarcitoria nei confronti di alcuno dei membri della famiglia Bossi”. È il processo d’appello che a Milano vede imputato il Senatur, il figlio Renzo e Belsito: se entro il 30 novembre Salvini non depositerà una querela di parte, le accuse per appropriazione indebita si estingueranno dopo le condanne di primo grado.

L’intercettazione –Tu gli stai firmando che la Lega non si costituisce parte civile contro Belsito”, diceva l’avvocato intercettato a Stefani il 24 febbraio del 2014, cioè due giorni prima che quella scrittura privata venisse firmata.  “Sì e ti spiego perché, perché lui (Brigandì, ndr) questa vuol trattarla come merce di scambio affinché Belsito non dica che ha dato i soldi a…su ordine di Bossi perché se no dovevamo costituirci anche contro Bossi e allora”, risponde il tesoriere. “Non è vero questo, non è vero – sbotta l’avvocato – guarda che ti assumi una responsabilità personale molto importante se fai una cosa del genere. Riflettici, eh”. “Non sono solo io!”, “Io ti do un consiglio da fratello, non la firmare perché questa clausola ti porterà solo dei guai a te e a chiunque la firma. Eh”. “Chiamo anche Giorgetti e glielo dico. Perché è una cosa troppo delicata”, “Sono soldi pubblici quelli del partito, non puoi rinunciare così perché stai negoziando una cosa. Perché tu hai l’obbligo di recuperare quello che è il patrimonio che il partito ha perso, non è che uno, solo per chiudere una transazione positiva perché, ripeto, questa transazione…altrimenti diventiamo noi anche compartecipi di questo reato cioè è questo qui che lui chiede”.

“Salvini non vuole rotture di coglioni” – In pratica Aiello avverte Stefani: con la firma di quella scrittura privata anche la Lega di Salvini si rende compartecipe dei reati commessi da Bossi. L’allora tesoriere capisce che la situazione e delicata e annuncia l’intenzione di chiamare Giancarlo Giorgetti. Non si sa se Stefani abbia davvero chiamato l’attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio. Aiello di sicuro chiama Maroni. “Ma chi la stava firmando: anche Salvini?”, chiede l’ex governatore della Lombardia.  “Si – risponde l’avvocato – anche Salvini e poi Stefani me l’ha mandata e mi ha detto: io se tu non mi dai l’ok non firmo”. “Ok  – spiega Maroni – ma Salvini non vuole rotture di coglioni, dice chiudiamo in fretta, però non esiste al mondo, tolgano il mio nome e facciano quello che vogliono”. “Il disegno è questo”. Quella scrittura privata sarà firmata 48 ore dopo. Nella versione in possesso del fattoquotidiano.it il nome di Maroni non c’è.