È arrivato un nuovo inverno del malcontento, l’ultimo è stato quello del 1978-1979 nel Regno Unito quando il governo laburista guidato da James Callaghan venne messo K.O. dagli scioperi e dalle proteste della popolazione: dalla crisi dei servizi primari, ai black-out, al collasso del sistema dei trasporti. Al posto di Callaghan una donna salì alla guida della nazione, Margareth Thatcher, appartenete al partito conservatore. Fu lei a trasformare radicalmente il Regno Unito e lo fece applicando teorie economiche nuove. Naturalmente la dizione “inverno del malcontento” deriva da un’opera di Shakespeare, Il Riccardo III, ma nei secoli è stata usata per descrivere grandi cambiamenti politici legati a crisi altrettanto profonde.

A cavallo tra il 2018 e il 2019 è l’Europa il palcoscenico dove si recita l’ultima versione dell’inverno del malcontento. E come in passato le teste che cadranno saranno quelle dei politici. L’anteprima di questa trasformazione ce l’ha regalata il Regno Unito, nel giugno del 2016 ha votato per uscire dall’Unione Europea, un processo che ha portato questo novembre gelido il primo ministro Theresa May a chiedere al suo governo l’approvazione dell’accordo finale della Brexit. La risposta è stata la rivolta degli ultras brexisti del suo gabinetto, che l’hanno accusata di aver ceduto troppo a Bruxelles. Ma né le dimissioni di massa né le accuse attraverso i media hanno forzato la mano al primo ministro. Così chi è rimasto fuori dal governo e a bocca asciutta sono stati proprio i rivoltosi. Theresa May è sopravvissuta grazie all’appoggio della popolazione, chiaramente stanca e stufa del modo in cui nei mesi passati la Brexit è stata manipolata dai suoi colleghi. La lezione da imparare oggi come in passato è la seguente: durante l’inverno del malcontento i politici che riescono ad interpretare i desideri della popolazione, che sono in sintonia con la gente, e questo a prescindere dall’impatto delle loro politiche nel lungo periodo, sono i vincenti. Gli altri periscono.

In Francia il populista/opportunista Macron questa lezione non l’ha imparata ed ecco perché fa i conti con la rabbia francese. E certamente a Parigi e nel resto del Paese si sente soffiare il vento dell’inverno del malcontento. Da destra e da sinistra il governo viene attaccato per non aver rispettato le promesse elettorali, per ignorare i bisogni della popolazione e soprattutto per prestare troppa attenzione alle istituzioni sovranazionali, dall’Unione Europea fino al Fondo monetario. I francesi, come il resto degli europei, protestano contro una classe politica che governa non più nel loro interesse, ma nel rispetto delle copiose condizioni stipulate da centinaia di accordi internazionali, dal Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, al limite di bilancio imposto dalla Commissione europea fino alle regole da rispettare per impacchettare i prodotti alimentari.

L’inverno del malcontento spazza via il modus operandi della globalizzazione, dove gli avvocati internazionalisti hanno lavorato giorno e notte per anni, guadagnando cifre da capogiro, per regolare ogni relazione, ogni interazione, ogni possibile contatto commerciale, fiscale, e così via tra le nazioni. Sono i cosiddetti limiti invalicabili della sovranità degli stati, per evitare che entrino in rotta di collisione. Ma in realtà questa ragnatela legale non ha portato il benessere sperato e la gente è ormai stanca delle ineguaglianze. L’inverno del malcontento spazza via anche le costruzioni politiche dei poteri forti, quelle scatole a incastro dove sono custoditi i segreti del potere delle élite. Matteo Renzi e tutta la sua corte di amici/colleghi se ne sono accorti troppo tardi. In fondo hanno fatto la stessa fine di Callaghan e del suo partito laburista. Decimato dall’inverno del 1978/1979 ha passato quasi due decadi a leccarsi le ferite per risorgere.

Detto questo, non sappiamo cosa ci aspetta nella primavera del 2019, la vittoria di una nuova destra europea alle elezioni del parlamento europeo? Una nuova commissione guidata da politici millennial? Non sappiamo se questo vento di rivolta finirà per distruggere quello che ci è rimasto o se foraggerà una nuova era. Le conseguenze dei grandi cambiamenti sono sempre imprevedibili. Ciò che possiamo fare è prendere atto della trasformazione in corso, cercare di capirne le origini e le ragioni invece di piangere e rimpiangere un passato che idilliaco non lo è mai stato, e questo già sarebbe un grande passo in avanti.