Più tempo pieno per tutti, soprattutto al Sud. Il Movimento 5 stelle propone di “generalizzare” le 40 ore in classe alle elementari, il governo ci pensa (e intanto approva un emendamento che vale l’assunzione di altri 2mila maestri), il problema sono sempre le risorse. Perché un dato è certo: il tempo pieno non è solo un’occasione di lavoro per gli insegnanti (più ore di lezione significano più docenti da assumere) ma è anche e soprattutto un momento di formazione e apprendimento per i bambini, una grande risorsa per i genitori che lavorano. “Spesso si parla della scuola come un diplomificio, o un ufficio di collocamento, ma in realtà al centro ci sono le famiglie, i bambini che la frequentano e i genitori che le affidano i propri figli: il tempo pieno è un servizio sociale ed è assurdo che una famiglia possa sceglierlo o meno a seconda di dove vive”, spiega Nunzio Tranchese, rappresentante dell’Associazione italiana Genitori (Age). Le 40 ore infatti non sono per tutti: solo per chi abita nelle Regioni settentrionali, vive in certi Comuni, frequenta una data scuola invece che un’altra. In Italia su 142 mila classi elementari solo 47 mila (il 33% circa) sono a tempo pieno, quasi tutte però al centro-nord (37 mila).

LA PROPOSTA NELLA MANOVRA – Il dibattito viene riacceso dalla proposta approvata la scorsa settimana dalla Commissione Cultura alla Camera: in una manovra che non destina un euro in più al comparto istruzione (anzi, grazie alla cancellazione del Fit, col ritorno al vecchio concorsone, e alla riduzione dell’alternanza ci sono anche un po’ di risparmi), una delle pochissime iniezioni di risorse potrebbe riguardare proprio il tempo pieno. Un emendamento a prima firma della deputata Maria Marzana prevede la “graduale generalizzazione del tempo pieno nella scuola primaria”: non si tratta di una vera e propria riforma, ma solo dell’autorizzazione ad assumere altri 2mila docenti con cui estendere il servizio (poi dovrà pensarci il Miur a declinarlo nella pratica, indicando dove e come inserire i maestri). Il vicepremier Luigi Di Maio lo ha comunque rivendicato come un traguardo importante, aggiungendo che il 30% dei posti disponibili sarà destinato alla mobilità (notizia di cui non si parla nel testo, e che farà sicuramente felici i tanti insegnanti meridionali emigrati al Nord).

COME FUNZIONA IL TEMPO PIENO – In un primo momento qualcuno aveva parlato addirittura di obbligatorietà, quando invece il testo parla semplicemente di “generalizzazione”. Un termine che ha senso in riferimento a quella che è la situazione del tempo pieno in Italia, uno dei veri talloni d’Achille del nostro sistema scolastico: è previsto dalla legge, ma non esiste ovunque. Si tratta della possibilità per i genitori di lasciare a scuola i propri figli anche nel pomeriggio: 40 ore settimanali totali, cioè dalle 8.30 alle 16.30 dal lunedì al venerdì, con pranzo obbligatorio alla mensa scolastica. La sua attivazione, però, è una prerogativa dei singoli istituti: chi lo vuole lo fa, in base essenzialmente alle richieste pervenute al momento delle iscrizioni, prevedendo una o magari più classi ad orario prolungato all’interno della propria offerta formativa. Il problema, però, è che i dirigenti devono provvedervi sempre nei limiti della dotazione organica che hanno, senza risorse aggiuntive. E molte scuole non ce la fanno, e rinunciano.

L’ITALIA DIVISA IN DUE – L’immagine dell’Italia a due velocità è particolarmente efficace per il tempo pieno: ne usufruisce circa il 40% dei 2,5 milioni di studenti della primaria (quasi un milione di bambini), ma con enormi discrepanze geografiche; il 38% di questi frequenta la scuola nelle Regioni del Nordovest, mentre al Sud la percentuale precipita all’11%. Il divario ha tante cause. Storicamente al Nord la richiesta è maggiore, mentre nelle Regioni meridionali almeno in passato erano di meno le famiglie che chiedevano di lasciare i propri figli a scuola anche il pomeriggio. Ormai la tendenza è cambiata: l’anno scorso, ad esempio, in Molise e Calabria la richiesta delle 40 ore ha superato il 50% delle iscrizioni, in Puglia ha sfiorato il 40%. Però gli istituti settentrionali hanno cominciato a organizzarsi prima e meglio, la differenza si vede. Anche perché incidono altri fattori: la carenza di strutture adeguate, il personale Ata per tenere aperti gli istituti, la difficoltà dei Comuni ad attivare il servizio di mensa (che è pagato dai genitori, ma richiede comunque un impegno amministrativo ed economico da parte degli enti locali). La mancanza dei docenti per le ore supplementari (dove c’è il tempo pieno al maestro unico di solito se ne affianca un altro per il pomeriggio) è solo uno dei grandi problemi. Così si arriva al paradosso dell’Italia spaccata in due. La differenza è molto semplice: mentre al Nord ormai per una famiglia è normale poter scegliere il tempo pieno, al Sud è molto più difficile trovare una scuola che offra questo servizio.

UN PRIMO PASSO (FORSE): LE FAMIGLIE SPERANO – Adesso arriva l’emendamento nella manovra, che risponde a una promessa elettorale del M5s. Il problema, come sempre, sono i soldi: il provvedimento costerebbe circa 80 milioni di euro a regime; le coperture vengono pescate da un generico fondo del Ministero dell’Economia per “indifferibili esigenze che si manifestano nel corso della gestione” su cui non è detto ci sia l’accordo fino in fondo (il tema non è presente nel contratto di governo e l’emendamento deve passare dal vaglio della Commissione Bilancio). La sua approvazione sarebbe un’occasione importante per i tanti maestri meridionali che non trovano lavoro al Sud ma è soprattutto un servizio finora negato alla famiglie: “Per una famiglia al giorno d’oggi è un grosso aiuto poter lasciare i propri figli a scuola mentre lavorano: significa tenerli impegnati in attività di apprendimento e ricreative, senza doversi caricare costi di babysitter o essere in pensiero”, conferma Tranchese dell’Age, che addirittura rilancia. “Dico di più, sarebbe fondamentale estenderlo anche alle scuole medie, soprattutto al Sud dove magari i ragazzini rischiano di trovarsi in contesti sociali difficili all’uscita da scuola”. Sarebbe già una conquista estenderlo (anzi “generalizzarlo” come dice l’emendamento) alla primaria. Il rinforzo di 2mila insegnanti di sicuro non è sufficiente: con 90mila classi da coprire i sindacati hanno parlato di un fabbisogno di addirittura 40mila maestri, la stima è approssimativa (impossibile averne una precisa, troppe variabili) ma comunque fa capire che il percorso è ancora molto lungo. Per non parlare di tutte le altre necessità (aule, mense, ecc.) di cui nel provvedimento non c’è traccia. Intanto il governo prova a fare un primo passo.

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