“Il senso deve essere quello di condurre tutti i processi allo stesso modo. E immunizzarli dai pesi esterni. La giustizia deve essere uguale per tutti”. È l’appello che il procuratore aggiunto, Paolo Ielo, ha rivolto in più passaggi al giudice monocratico Roberto Ranalli nella requisitoria conclusiva in cui la Procura di Roma chiede la condanna di Virginia Raggi a 10 mesi di reclusione (con le attenuanti generiche) per falso documentale in atto pubblico, ai sensi dell’articolo 479 del codice penale. Una “pena minima” per un processo pesantissimo dal punto di vista politico, che alla luce del regolamento interno al M5S potrebbe mettere a rischio la permanenza stessa della sindaca di Roma alla guida del Campidoglio. Oppure, creare un pericoloso precedente nello stesso movimento.

IL “MOVENTE” POLITICO – In quasi tre ore di requisitoria, il pm Francesco Dall’Olio prima e il procuratore aggiunto Paolo Ielo poi, hanno illustrato quelli che ritengono elementi di prova che rendono “indubitabile e acclarato” il reato di falso commesso dalla sindaca nel novembre 2016. L’illecito, secondo l’accusa, sarebbe stato perpetrato nel rispondere a una richiesta di chiarimenti della dirigente anticorruzione del Campidoglio, sul ruolo “in concreto” avuto da Raffaele Marra – all’epoca dei fatti direttore del Dipartimento Risorse Umane – nella realizzazione della nuova macrostruttura capitolina, un ruolo “solo compilativo” nell’esecuzione “pedissequa dei miei ordini”, secondo quanto riportato dalla prima cittadina nell’atto in questione. Ielo ha parlato del “movente” politico che avrebbe spinto Raggi a mentire, ovvero la necessità di coprire non tanto il possibile abuso d’ufficio in concorso con Marra (accusa poi archiviata) quanto una possibile apertura di un fascicolo a suo carico che l’avrebbe condotta, secondo la lettura del codice etico del M5S vigente all’epoca, ad un possibile deferimento ai probiviri del partito con annesso rischio di essere espulsa (o addirittura di doversi dimettere da sindaca a poche settimane dalle elezioni). Raggi ha replicato a Ielo fornendo dichiarazioni spontanee al termine dell’udienza, ricordando che “quell’articolo del codice etico, nella prassi, non è mai stato applicato fattivamente, tant’è vero che poi è stato modificato”. A sostegno di questa tesi, la sindaca ha ricordato la vicenda di Filippo Nogarin, sindaco di Livorno indagato (e poi archiviato) nell’ambito delle indagini sulla procedura di concordato preventivo di Aamps, e di Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, per alcuni appalti al Teatro Regio. “Nogarin – ha spiegato Raggi – ha detto subito di aver ricevuto notizia di reato e non è stato espulso, mentre per Pizzarotti è stato diverso perché ha nascosto le indagini, non certo perché era indagato”.

LA “MANONA” DI MARRA – Il “movente politico” sollevato dai pm e il “peso specifico” del processo, “ben superiore alla gravità del reato” saranno di certo determinanti per indirizzare la scelta di Ranalli. Ma la Procura ha fornito anche elementi di prova ritenuti “oggettivi” che dovrebbero “da soli” indirizzare alla condanna richiesta. “Marra – ha spiegato Dall’Olio – non era uno dei 24.000 dipendenti comunali, bensì un punto di riferimento importante per la sindaca, come dimostrato anche dalle chat. Al funzionario “si rivolgono diversi personaggi per iniziare a orientarsi” sulla macrostruttura. Marra “era il dominus di quella procedura, era lui che chiedeva a Antonio De Santis (delegato al Personale, ndr) di partecipare alle riunioni, non viceversa. E come ha detto Franco Giampaoletti (attuale dg del Campidoglio) il direttore Risorse Umane non è un semplice passacarte”. Insomma, come ha ironizzato il pm “Marra ci ha messo la manina, anzi la manona, e la sindaca lo sapeva, tant’è vero che lo applaude”. Anche per Ielo, “basterebbe fornire come prova la chat in cui Raggi chiede a Marra dove ha messo suo fratello Renato. Ma se eseguiva i suoi ordini, perché lo chiede a lui?”, aggiungendo che “anche il gip, nella sentenza di archiviazione del reato di abuso d’ufficio, racconta il falso documentale, su cui non c’è alcun dubbio”.

LA POSSIBILE BAGARRE POST SENTENZA – Saabto è prevista l’ultima udienza del processo. Si parte alle 11 con l’arringa di difesa degli avvocati Pierfrancesco Bruno, Emiliano Fasullo e Alessandro Mancori, a cui seguirà la camera di consiglio e poi “senza alcun dubbio” la sentenza. E’ probabile che la sentenza arrivi a metà pomeriggio. In caso di condanna si porrà certamente il problema politico all’interno del M5S. Il nuovo codice etico prevede il deferimento ai probiviri. È possibile, secondo indiscrezioni, che Virginia Raggi si dimetta prendendosi i 21 giorni previsti dal Tuel per verificare la tenuta della maggioranza e poi decidere di confermare o ritirare le dimissioni. Questa mattina, per tutte le otto ore del dibattimento – compreso l’esame come teste dell’ex capo di Gabinetto, Carla Romana Raineri – un buon numero di consiglieri comunali del M5S ha seguito l’udienza come dimostrazione di vicinanza, “personale e politica” alla prima cittadina. In caso di assoluzione, invece, i militanti del M5S stanno organizzando una “manifestazione spontanea” in Campidoglio per accogliere “in trionfo” la prima cittadina.