Ho sempre amato la Germania. Non è una stranezza. In Sicilia, dove sono nata, è un sentimento abbastanza diffuso: a Palermo soprattutto, dove parecchi intellettuali conoscono la cultura d’oltralpe e parlano un tedesco forbito. Ricordo anche gli emigranti siciliani: dopo anni di duro lavoro, tornavano a casa con macchine sgargianti e con a fianco la bionda moglie tedesca, esibita quasi in trionfo. Suscitavano ammirazione e qualche invidia: “oh si maritò ‘a tedesca”. In Germania mi attraggono le grandi città come Berlino e Francoforte. Quelle piccole, Heidelberg Marburg Tübingen, con le loro università esclusive. Mi inebriano le gioiellerie di Monaco. Mi divertono le birrerie chiassose col loro odore penetrante di Bratwürste e crauti. Erano anni che non ci andavo: ci sono tornata di recente per studio. Non so come si sia evoluta la Germania del nord: ma quella del sud, dove ho soggiornato, mi è sembrata quella di sempre, senza segni di decadimento, perlomeno evidenti. Ho ritrovato l’aria familiare che ho sempre apprezzato. Mi sono chiesta che cosa mi desse ancora una volta la sensazione di trovarmi a mio agio, di “essere a casa”. E ho tratto qualche riflessione.

I tedeschi possiedono una qualità di cui si parla poco, ma tangibile: cercano di semplificarsi la vita. Sembra nulla, ma è importante. Non mi riferisco alla burocrazia: qualche complicazione in questo campo ce l’hanno anche loro. Alludo semmai a piccole cose: le serrature dei servizi igienici chiudono e aprono le porte con facilità. Il biglietto del treno ti indica il binario della coincidenza, senza che tu lo debba cercare sul tabellone o sul telefonino. I rubinetti degli alberghi funzionano sempre. Gli automobilisti rispettano categoricamente le strisce pedonali, eccetera. Insomma, cose banali che, ben fatte, ti rilassano. Certo, hanno poi alcune rigidità. In un ristorante potrai mangiare benissimo, ma se chiedi “due fettine di prosciutto” difficilmente te le porteranno: ti infliggeranno un megapiatto di ottimi affettati, arricchito di insalata, patate e squisitezze varie, ma non il piattino che il tuo stomaco delicato invoca (per queste “flessibilità” occorre l’Italia).

Hanno un’altra qualità importante. Sono pazienti, o perlomeno controllati. Non danno in escandescenze con facilità se qualcosa non va. Un giorno, in biblioteca, trovo collassati i collegamenti internet e le prese elettriche. Rimango perplessa. La segretaria mi spiega che sì, può capitare, ci sono lavori in corso per ammodernare la rete. Ma poi tutto migliorerà. Io però devo studiare. Sono lì per questo. Non si scompone. Cerca al piano di sopra uno studio dove tutto funzioni. Mi collocano lì, così non interrompo il mio lavoro. Insomma, risolvono il problema subito, dandosi da fare, senza inalberarsi, e senza lanciare invettive su operai, ingegneri, tecnici e governo federale.

In Germania c’è un bel senso di collaborazione: te ne accorgi appena arrivi. E lo si nota anche fra generazioni diverse. Con valigie traboccanti di libri sono salita, assieme a mio marito, su un treno locale affollatissimo: frotte di giovani rincasavano cantando da una sorta di Oktoberfest. In mano bottiglie di birra, eloquio non aulico, grasse risate. Orbene, magari un po’ “brilli”, si sono alzati in tre o quattro per cederci il posto e aiutarci coi bagagli. In generale, il livello di educazione dei giovani tedeschi è buono. Così, se un anziano può contare su un giovane mai conosciuto prima, e sa che costui non lo guarda come un’anticaglia da “rottamare” (che verbo cafone!), la morbidezza sociale e la serenità se ne avvantaggiano.

Quando ti incontrano nell’ascensore, oppure per le scale, o se sei già in un locale prima di loro, i tedeschi generalmente ti sorridono, accennano un saluto. Tali comportamenti si inquadrano nel senso tutto tedesco (e austriaco) della Gemütlichkeit, ossia la condivisione del piacere di vivere, la serenità nello scambio sociale, la ricerca del comfort. È un atteggiamento positivo: se sorridi, ispiri subito simpatia e un clima disteso. Qualche volta ho l’impressione che in Italia questa dote si stia perdendo. Noi italiani siamo allegri, generosi, gioviali, simpatici, ma soprattutto se siamo in una comitiva di amici o conoscenti. Non sempre sorridiamo d’emblée e con amabilità a un estraneo. È più probabile che passiamo oltre a testa dritta e sguardo teso, quasi a ignorarlo. È una forma di timidezza, di chiusura, che non crea un flusso comunicativo, e rischia di inaridirci.

I tedeschi amano l’Italia. Quando si accorgono che sei italiano, si rallegrano. E se anche ci considerano un po’ spreconi, sono affascinati dalla Penisola, che per loro rappresenta il luogo delle vacanze al mare, del sole, dell’arte. Un posto quasi fatato sulla scia di Goethe: “Il paese dove fioriscono i limoni”. Spesso al ritorno dalla Germania vengo invasa da un pensiero: se noi italiani riuscissimo ad aggiungere ai nostri pregi – ne abbiamo tanti! – anche la Gemütlichkeit tedesca, non saremmo forse un Paese straordinario?

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