L’Amazzonia ha un ruolo chiave nel controllo del clima sulla Terra e lo sappiamo da quasi 50 anni. Negli anni 70, proprio uno scienziato brasiliano, Eneas Salati, contribuì a seppellire l’antico e ostinato dogma secondo cui la vegetazione sarebbe semplicemente una conseguenza del clima, senza alcun effetto di retroazione. L’assioma che la vegetazione non abbia alcuna influenza sul clima fu ribaltato dimostrando in modo inequivocabile che l’Amazzonia auto-genera circa la metà delle proprie precipitazioni. Essa ricicla da 5 a 6 volte l’umidità delle masse d’aria che si spostano dall’Atlantico verso il Pacifico, attraversando il suo immenso bacino idrografico, il più vasto del pianeta. Oggi sappiamo quindi che l’effetto di retroazione tra clima e vegetazione è una questione chiave su cui l’uomo può influire per mitigare i cambiamenti climatici.

Un accorato appello di Lovejoy e Nobre, pubblicato di recente su Sciences Advances, segnala che siamo vicini all’ora zero, il punto di non ritorno. Negli ultimi decenni, due nuove forzanti hanno influito sul ciclo idrologico: cambiamenti climatici e uso diffuso del fuoco per eliminare gli alberi abbattuti e la vegetazione erbacea. L’uso del fuoco conduce all’essiccamento della foresta circostante e produce una maggiore vulnerabilità al fuoco negli anni immediatamente successivi. La sinergia negativa tra deforestazione, cambiamenti climatici e incendi controllati è quindi prossima a far collassare la foresta amazzonica in un sistema non-forestale – soprattutto nella parte orientale, meridionale e centrale del bacino – con una deforestazione del 20-25%.

Le gravi siccità del 2005, 2010 e 2015-16 sono le prime conseguenze. Negli ultimi 20 anni la stagione secca si è allungata, con effetti anche a grande scala, come le temperature più calde della superficie marina nelle zone tropicali del Nord Atlantico. Assieme alle gravi inondazioni del 2009 e del 2012 (e poi del 2014 nel sud-ovest dell’Amazzonia) questi episodi indicano che l’intero sistema sta oscillando pericolosamente. Nonostante le prolungate magre associate a queste siccità, altri scienziati hanno infatti mostrato come il riscaldamento dell’Atlantico – dovuto alla combinazione di fattori antropogenici e naturali – abbia intensificato la circolazione atmosferica, amplificando la severità delle piene fluviali. Non sappiamo ancora se questo aumento anomalo delle inondazioni durerà o, addirittura, crescerà in futuro, in quanto dipende dalla differenza di temperatura oceanica nei tropici. Ma il rischio che ciò accada non è trascurabile.

C’è ancora qualcosa che possiamo fare? Non basta limitare ulteriormente la deforestazione, ma bisogna ricostruire un margine di sicurezza. Contro l’ora zero dell’Amazzonia non possiamo fare altro che ridurre l’area deforestata a meno del 20%, giacché sfidare la natura attorno al punto di non ritorno sarebbe una scelta affatto insensata. Alla Conferenza di Parigi del 2015, il Brasile si era impegnato per 12 milioni di ettari di riforestazione entro il 2030 – gran parte della quale nell’Amazzonia meridionale e orientale – ben conscio che preservare il ciclo idrologico amazzonico rappresenta un tassello fondamentale per il benessere dell’umanità che vive non solo in Brasile, ma anche in tutto il Sud America.

Che ne sarà di questo impegno? Come ha scritto Fabio Marcelli nel suo blog, non bisogna nascondersi che “l’elezione di Jair Bolsonaro si rivelerà ben presto anche una vera e propria sciagura per l’ecosistema globale, dati i suoi orientamenti in materia di cambiamento climatico e il fatto che in Brasile sono situate alcune delle residue risorse strategiche globali che, a partire dall’Amazzonia, saranno con ogni probabilità sacrificate alle coltivazioni intensive e al profitto delle multinazionali da rapina”. Le profezie non sono nelle mie corde, ma non sono timori infondati.

Su The Guardian, Jonathan Watts fa sapere che il nuovo presidente brasiliano unirà i Ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura, con la prospettiva di aumentare la conversione della foresta pluviale amazzonica in terreni agricoli. Entrerà in carica a gennaio del 2019. Per “fare grande il Brasile”. Sarà pure grande a piacere, ma se il tasso di disboscamento dell’Amazzonia – che già corre a una velocità di 52mila chilometri quadrati all’anno – accelererà ulteriormente, le conseguenze a scala globale potrebbero essere immense. Se l’ora zero sta arrivando, lo sta facendo di corsa e la prima vittima potrebbe essere proprio quel grande Paese.