Siete mai entrati in un quadro? Io sì. Ho inforcato un paio di occhiali 3D e ho camminato su un folliage giallo/oro, ho calpestato un tappeto di fiori, ho galleggiato in una cascata d’acqua e sono stata avvolta da fiamme e fuoco. È la performance multimediale dedicata alle opere di Klimt, padre della Secessione viennese. Un caleidoscopio di segni e figure iconiche si rincorrono su pareti, pavimento e soffitto. Su schermi giganti si susseguono incarnati pallidi e figure di femme fatale, macchie di colore accendono la baroccheggiante Basilica dello Spirito Santo di Napoli, che diventa una sorta di scatola magica. Leggo l’incipit di Klimt che è diventato il suo mantra: “Chiamiamo artisti non soltanto i creatori ma anche coloro che godono dell’arte, che sono capaci di rivivere e valutare con i propri sensi ricettivi la creazione artistica”. Nella sala degli specchi vedo riflesse allegorie neoclassiche mentre bufale, ricottine, panzarotti e frittatini sono apparecchiate e servite sull’altare. Si drinkeggia e si gozzoviglia. Senza nessuna offesa ai credenti. Gli edifici di culto, sconsacrati e non, riutilizzati come contenitori artistici sono una bella risorsa.

A Milano invece, catasto e Curia non si mettono d’accordo. Questo l’antefatto: lo studio milanese d’architettura, la CLS, tra i più prestigiosi al mondo (con sede anche a New York ) affitta la chiesa sconsacrata di San Paolo Converso, la ristruttura interamente compresi affreschi e piazzetta antistante (presente quando il privato si sostituisce al pubblico?), diventa sede della loro associazione culturale, fanno mostre, invitano artisti internazionali. In sagrestia trasferiscono il loro studio di progettazione, una scatola di vetro e ferro sotto le volte baroccheggianti, una magnificenza, vengono da tutto il mondo per fotografarla, come esempio di recupero smart di un posto in disuso, finisce sulle copertine dei magazine di design di tendenza. Già prima della CLS l’ex chiesa veniva utilizzata come sala d’incisione, ci registrarono Mina e la Callas, poi affittata a case d’aste e infine a un’agenzia di servizi per farci banchetti.

Gli architetti Massimiliano Locatelli, Giovanna Cornelio e Annamaria Scevola invitano qualche mese fa l’artista pakistano, molto provocatorio, Asad Raza. Al vernissage c’era tutto il mondo dell’arte che conta.  Ebbene sì, anche io sono una di quelle che hanno profanato il luogo “sacro”, vestita in abito da sera ho giocato a tennis in navata, campo arancione, smashando palle al di là della rete… Ma l’installazione deve aver turbato qualche anima pia e devota. Sono partiti  “cristiani” controlli: la chiesa era sconsacrata dal 1808 e così registrata al catasto. Ma in mezzo a una pila di carte ammuffite chissà quale cavillo è saltato fuori. E così lo studio è stato fatto smontare in un baleno dalla Sovrintendenza. Cosa dire, la burocrazia ammazza la creatività.

Cambio set artistico e mi infilo nella “Bone Machine” di Giampiero Bodino, esposta alla Galleria Pack di viale Sabotino fino al 15 novembre, a cura dell’eccentrica Chiara Guidi (veste solo Gucci vintage). Sembra di essere in tema con Halloween: teschi, ossari, cere anatomiche e parti organiche che diventano ritratti di santi, madonne e martiri. Trofei di Anatomia Artistica. Il museo di Storia Naturale di Firenze, la Specola, gli aveva aperto i suoi archivi  per inspirarsi. Direttore creativo del gruppo del lusso Richmond, Bodini, barba lunga e aria un po’ mistica, è anche disegnatore di alta gioielleria. Il suo percorso creativo corre su due binari paralleli. Ma lui non la definisce una doppia vita ma un continuum. Disegna gioie per le signore più ricche del pianeta e pezzi del corpo umano per collezionisti.

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