“Questa Unione europea ha solo sei mesi di vita”. “È iniziata la rivoluzione del buonsenso” che porterà i sovranisti al potere a Bruxelles, quelle di maggio 2019 saranno “elezioni spartiacque”. Questi sono solo alcuni dei proclami che i partiti euroscettici o sovranisti di tutta Europa, compresi Lega e Movimento 5 Stelle, hanno lanciato negli ultimi mesi, in vista della campagna elettorale per le europee. Proclami che, se si guardano i dati, al momento non trovano fondamento. L’incertezza dei sondaggi, la lunga marcia che ancora separa il vecchio continente dal voto, la mancanza dei nomi degli Spitzenkandidaten e l’incertezza riguardo alle future alleanze, soprattutto quelle che saranno siglate dai nuovi partiti, rendono ancora ogni calcolo soggetto a errori. Ma secondo i dati aggiornati al periodo tra il 10 settembre e il 25 ottobre, l’Istituto Cattaneo ha provato a fornire le prime indicazioni sulla composizione del prossimo Parlamento europeo: un’alleanza di gruppi politici tradizionali in funzione anti-sovranista (Partito Popolare Europeo, Socialisti e Democratici e Liberali) oggi otterrebbe il 58% dei seggi e, quindi, la maggioranza assoluta.

Dire però che la battaglia europeista è già stata vinta è un azzardo che non tiene conto delle variabili e anche del trend rilevato dagli ultimi sondaggi. Innanzitutto, una consistente e costante perdita di seggi da parte delle formazioni tradizionali, in particolar modo Ppe e S&D che passerebbero da un totale di 386 seggi, ben oltre la maggioranza di 353 dopo l’uscita della Gran Bretagna dal’Ue, a 319: -12% circa. A rassicurare coloro che temono una vittoria del “Fronte della libertà”, come è stato ribattezzato da Matteo Salvini, Steve Bannon e Marine Le Pen la probabile coalizione unita sovranista, c’è la crescita dei consensi dell’ala liberale che, nonostante Alde abbia mantenuto dei numeri simili a quelli registrati alle ultime elezioni, potrà contare sull’entrata, anche se depotenziata rispetto a un anno fa, dei macronisti di En Marche! che non hanno ancora fatto sapere se hanno intenzione di entrare in Alde o correre da soli.

A tranquillizzare gli europeisti e, soprattutto, il Ppe c’è anche la scelta di Viktor Orbán di appoggiare il candidato popolare Manfred Weber come Spitzenkandidat: dopo i duri attacchi ricevuti dall’interno del proprio gruppo e il voto della maggioranza del Ppe in favore dell’applicazione dell’articolo 7 nei confronti dell’Ungheria, si era pensato a una possibile uscita di Fidesz dalla più importante famiglia politica europea. Possibilità smentita solo a fine ottobre, quando il ministro e capo di Gabinetto, Antal Rogán, ha annunciato l’appoggio a Weber per la corsa alla Commissione europea.

A questo costante e graduale declino dei partiti tradizionali, accentuato anche dal fatto, spiegano i ricercatori dell’Istituto, che alle elezioni europee l’elettorato tende a privilegiare i nuovi partiti e penalizzare quelli che siedono ai banchi dell’esecutivo, ci sono la crescita ancora in corso dei sovranisti e l’incognita legata ai nuovi partiti o ai cambi di casacca. Stiamo parlando di 80 rappresentanti, secondo i calcoli dell’Istituto Cattaneo, che non hanno ancora una loro collocazione ufficiale. L’Italia, il Paese che probabilmente regalerà più seggi alle formazioni euroscettiche, con 53 poltrone tra Lega (28) e M5s (23), ne è l’esempio più calzante: con l’uscita del Movimento dal gruppo Efdd (Europa della Libertà e della Democrazia Diretta) che probabilmente si scioglierà, non è ancora stato chiarito se i pentastellati formeranno un nuovo gruppo parlamentare o quali eventuali alleanze andranno a formare.

Una variabile che potrebbe spostare gli equilibri è quella delle preferenze che saranno raccolte dai Verdi, che in Germania crescono contestando l’austerity e puntando su un cambio dell’Europa da sinistra. Secondo le stime del Cattaneo, il gruppo sarebbe in leggera flessione rispetto all’anno precedente, ma gli ottimi risultati fatti registrare alle ultime elezioni in Baviera li hanno resi una valida alternativa a chi non vuole dare la propria preferenza ai partiti e movimenti sovranisti ma, dall’altra parte, è stanco delle formazioni definite “tradizionali”. L’avanzata dei “nuovi barbari”, come il Financial Times definì il neonato governo gialloverde, alla conquista dell’Europa sembra ancora lontana. Ma la corsa è ancora lunga: mancano sei mesi al voto, le distanze tra i partiti possono assottigliarsi ulteriormente e gli incontri nei corridoi di Bruxelles possono dare vita a inaspettate alleanze.

Twitter: @GianniRosini

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