Il 16 ottobre del 2018 nell’aula di palazzo Madama ho espresso la mia vicinanza alla compagna e ai familiari del giornalista del Washington post, Jamal Khashoggi trucidato nel consolato di Ankara. E’ ormai chiaro che i responsabili dell’omicidio sono da individuare tra i più alti vertici della monarchia saudita.

L’Arabia Saudita è un partner di spicco della comunità internazionale che investe trasversalmente un po’ ovunque nel mondo, in particolare negli Stati Uniti dove ha acquistato, durante ben due amministrazioni, circa 160 miliardi di dollari di armi, più svariati miliardi di investimenti in decine di settori dell’economia Usa e ciò spiega perché, nonostante la pistola fumante è in mano al principe Bin Salman, tutti hanno più di un imbarazzo a sanzionare il regime di Riad.

Anche in Europa gli interessi sauditi sono diversificati in molteplici attività, come i luoghi di culto. Ricordo che in Arabia Saudita prevale la parte più radicale dell’Islam che è il Wahhabismo che i sauditi stanno veicolando attraverso ingenti finanziamenti. Ma gli interessi sono correlabili anche alla partecipazione azionaria in fondi e aziende di ogni tipo.

Cosa sarebbe accaduto se un tale raccapricciante crimine fosse stato riconducibile all’Iran o alla Russia? Quali sanzioni sarebbero state poste in essere dai Paesi occidentali? Governi occidentali che fino a ieri hanno armato milizie mercenarie per combattere in Siria con i soldi del Regno, passando dal corridoio turco spalancato da Erdogan, con  traffici illegali di armi, foreign fighters, petrolio e guerre tra servizi segreti di mezzo mondo. Dopo tali concussioni perché oggi il democratico Occidente dovrebbero biasimare Bin Salman per aver fatto assassinare un giornalista nel suo consolato? Un omicidio davvero brutale idoneo a una puntata di una serie dei Soprano o di Gomorra.

Eppure la morte di Khashoggi rende evidente ciò che è stato ben celato fino ad oggi e che il giornalista aveva più volte denunciato: la guerra in Yemen. Khashoggi è stato eliminato principalmente per aver proiettato l’attenzione internazionale su tale terribile conflitto e sul business d’armi ad esso correlato. Un conflitto asimettrico combattuto anche affamando la popolazione, distruggendo le infrastrutture del Paese, impedendo gli approvvigionamenti di farmaci, bombardando mercati, ospedali, funerali, stazioni dei bus e che crea ulteriore tensione anche nel corno d’Africa da dove provengono flussi migratori verso l’Europa.

Una guerra occultata dal mainstream e che la morte del giornalista disvela nella sua cruda realtà di morte e devastazione. Khashoggi è la miccia che potrebbe accendere la luce su questo conflitto, sugli orrori che migliaia di persone hanno vissuto e stanno vivendo e sulle centinaia di Khashoggi spariti nel nulla.

Con l’Ue in profonda crisi interna, sono ancora una volta gli Stati a poter giocare un ruolo importante, sia dentro gli organismi internazionali di cui fanno parte (Onu, Osce e varie alleanze regionali), sia attraverso la loro politica estera. A testimoniare lo smarrimento dell’Ue le scelte antitetiche di due pilastri dell’Unione: la Germania che sospende le vendite, mentre la Francia continua come se nulla fosse. Le sanzioni sulla vendita di armi hanno efficacia se riescono a ridurre l’intensità del conflitto e portare le nazioni ad intraprendere un processo di pace duraturo. Per questo è importante che l’opinione pubblica faccia pressione su tutti i singoli Paesi dell’UE affinché assumano una posizione chiara, come ha già fatto il Parlamento europeo, e impongano il blocco delle forniture militari all’Arabia Saudita, almeno fino a quando non verrà sospesa la mattanza del popolo yemenita che muore sotto le bombe prodotte nella “progredita” Europa. Italia compresa.

In Italia dopo il caso della RWM, che dalla Sardegna ha esportato in Arabia Saudita le bombe che hanno ucciso migliaia di civili in Yemen, è apparso chiaro che la nostra normativa sulla vendita di armi a paesi in guerra è da rivedere radicalmente perché evidentemente non funziona come dovrebbe. Si deve altresì lavorare sulla lotta al traffico illegale di armi e ad una realistica e progressiva politica di riconversione dell’industria bellica italiana. Il legislatore deve prendere atto di una necessaria e non più procrastinabile riforma.

Credo che questo possa essere il nostro miglior omaggio alle migliaia di vittime yemenite e a Jamal Khashoggi.

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