“Birra a rischio”; “Sos”; “Il caldo minaccia l’orzo”; “ Ci toglieranno anche la birra”. Non fai in tempo ad abituarti alle temperature autunnali, che ti portano non solo a cambiare l’armadio ma anche a riscoprire stili birrai più caldi, ed ecco scoppiare sottotraccia, sui quotidiani e tra i bites di mille webzine di parainformazione, l’ultima, apocalittica rivelazione. Pare infatti che la birra rischi di soccombere sotto l’avanzare incontrollabile del cambiamento climatico: ondate di caldo siccità carenza e bla bla bla tradotti in un’improvvisa arsura che ti assale assieme alla disperazione. No! La birra no! E come la combatti la sete delle estati soffocanti che attanagliano le città già a giugno? Come superare gli schiaffi gelidi del Burian senza una Imperial stout a lenirti le ossa con la sua soffice carezza alcoolica? Ma poi, chi lo dice che le nostre pinte rimarranno desolatamente vuote?

Beh, lo dice Nature (e non il primo blogger qualsiasi) in una ricerca congiunta pubblicata nella sezione online Plants che ha scatenato la marea di commenti e rilanci giornalistici. Prima di precipitarmi al pub più vicino a mescolare lacrime con l’ultima birra ormai rimasta prima dell’estinzione, ho estrapolato però i dati dello studio e ho capito che: la birra non è rischio, continueremo a berla, così come è, per parecchio tempo; la dinamica dei prezzi per una birra buona a buon mercato sarà tagliuzzata dalla forbice tra prodotti di alta qualità sempre più cari e la brodaglia industriale, la “birretta”, inevitabilmente destinata al ribasso per tenere il mercato contro la concorrenza; la birra magari cambierà e se mancherà l’orzo si userà il frumento, il farro o la cicoria, così come in passato si usava quel che c’era.

Che piaccia o no, la birra ha sempre accompagnato il cammino della civilizzazione umana, adeguandosi ai modelli economici e sociali, modificando aspetto e ingredienti, ma rimanendo sempre ciò che è, una bevanda corroborante e inebriante, ottima fonte di energia e piacevole al gusto.

Pericolo scongiurato, dunque, anche perché la ricerca lo sottolinea chiaramente, sono problemi per chi verrà dopo di noi; eppure, mosso da curiosità, ho iniziato a ragionarci su, concentrandomi principalmente su approccio e linguaggio utilizzato dai mezzi di informazione per diffondere la notizia. La stragrande maggioranza di essi ricorreva al termine “rischio”: un lemma straordinariamente evocativo che oscilla tra personalissime declinazioni (ognuno di noi trasporta nelle scelte di tutti i giorni, economiche e non, un concetto di rischio) e una sua ferrea definizione matematica.

Oltre alle formule che calcolano l’alea dell’attività economica sulla base di precisi modelli matematici, sulla stessa scansione razionale che movimenta lo studio di Nature sulla fine della birra, il rischio occupa un ruolo importante in contabilità e sui rischi, prevedibili e non, si basa il piano per portare in equilibrio costi e ricavi nei bilanci di esercizio. E allora sono andato a scartabellare i documenti ufficiali dei moloch della birra, i giganti della produzione industriale, per capire quale fosse la loro percezione del rischio nella loro attività di impresa.

Nel Report annuale presentato alla Sec (la commissione federale Usa su Securities e Exchange), Molson Coors, multinazionale con 11 miliardi di dollari di vendite registrati nel 2017, racconta la sua attività e i risultati ottenuti e nella sezione dedicata ai fattori di rischio elenca in ordine sequenziale e, prevedibilmente, di importanza: evoluzione del mercato, competizione, scelte del consumatore, brand, situazione economica generale, indebitamento, e poi giù, giù, fino a arrivare a un piccolo appunto sul cambiamento climatico. A lor signori, pare capire, siccità, carenza di orzo, e tutte le altre preoccupazioni rimbalzate per qualche giorno sui titoli di articoli linkati sui social, interessano ben poco.

Altre sembrano le priorità da affrontare: ad esempio l’emergere di un nuovo concorrente fuori dal mercato strettamente inteso. La legalizzazione della cannabis in Canada, dove Molson è nata, e in alcuni stati Usa, potrebbe risultare in “un cambio delle preferenze del consumatore, verso prodotti diversi dalla birra”. E qui si spiegherebbero le incursioni degli ultimi mesi dei giganti brassicoli nel settore della cannabis, come esaustivamente analizzato da Andrea Turco in Cronache di birra.

Anche la politica commerciale aggressiva e protezionista della presidenza Trump, con il corollario dei dazi doganali sull’alluminio, finisce per trasformarsi in un rischio di impresa: non solo le grandi marche ma anche i microbrewers e le realtà craft lavorano moltissimo, specialmente oltre Oceano, sulla lattina. E proprio da questi ultimi attori del settore, infine, possono sorgere gli ostacoli maggiori. Niente di nuovo sotto il sole se Molson e altri simili vedono nei produttori artigianali un serio rischio alla propria sopravvivenza, al quale rispondono con acquisizioni di marchi indipendenti e scimmiottamenti più o meno riusciti di prodotti caratterizzanti (le cosiddette crafty).

Anheuser-Busch InBev, il più grande tra i gruppi mondiali della birra, licenzia il suo rapporto annuale alla Sec di accompagnamento alla chiusura dell’anno fiscale 2017 con una scala di preoccupazioni non dissimile: oscillazioni di cambi, coperture finanziarie, pubblicità negativa delle associazioni dei consumatori e dei movimenti salutisti sono tra i primi timori della multinazionale, mentre rispetto al cambiamento climatico ABInBev conserva un’attitudine tiepida e declinata al condizionale: “nel caso in cui”, “preoccupazione generale”, “potrebbe”. Ciò su cui il paragrafo dedicato insiste è piuttosto la scarsità e quindi il costo del più importante tra gli ingredienti di una pinta: l’acqua, pari a oltre il 90% del volume di una lager industriale.

In conclusione, è vero che le strategie traducibili da questo tipo di documenti e tra le righe delle partite doppie si sviluppano sul breve e sul medio termine, mentre quello di Nature è un allarme sul lungo raggio. Ma se agli ultimi, lussuosi piani dei grattacieli costruiti sopra le malterie dormono ancora sonni tranquilli, contando un milione dopo l’altro per addormentarsi come si fa con le pecore, anche noi possiamo stare sereni per qualche altro anno, mentre il clima impazzisce sul serio e fingiamo di dimenticarcene affogando l’angoscia in una abbondante birra.