Lo invocavano tutti, sembrava l’ultima spiaggia per il nostro calcio: commissariare la Figc, spazzare via il passato per cambiare, finalmente, il pallone. La mancata qualificazione ai mondiali (e poi la successiva assemblea elettiva andata vuoto) è stata la spallata decisiva: lo scorso febbraio la FederCalcio veniva commissariata dal Coni, come successo in altri gravissimi momenti della storia (l’eliminazione dai Mondiali del ’58, oppure Calciopoli). In questi sei mesi, però, il reggente Roberto Fabbricini ha combinato (suo malgrado) un autentico disastro ed è riuscito a far rimpiangere persino Tavecchio: pasticci burocratici di ogni tipo, guerre intestine, il caos della giustizia sportiva e dei ricorsi sulla Serie B. Oggi il calcio italiano sta peggio di ieri, tanto che lunedì 22 ottobre la vecchia dirigenza (che si è riorganizzata sotto la guida di Gabriele Gravina) si riprenderà la Federazione. Mettendo fine al commissariamento, che verrà ricordato solo come una grande occasione persa.

LA “SQUADRA” SBAGLIATA DI MALAGÒ E LE RIFORME MANCATE – Le cause del fallimento sono da ricercare alle origini. Giovanni Malagò ha fatto un errore madornale: ha brigato tanto per commissariare la Figc, ma poi non ci ha messo la faccia, preferendo occuparsi della Lega calcio e dirottando in via Allegri il suo braccio destro Fabbricini. Uomo di sport, grande lavoratore, non certo un decisionista: la persona sbagliata, al posto sbagliato. E circondata dalle persone sbagliate: come sub commissari il Coni ha puntato su Angelo Clarizia, potente avvocato dalle mille influenze, e Alessandro “Billy” Costacurta, ex calciatore più a suo agio nei panni dell’opinionista Sky. Una squadra troppo debole e impreparata per far passare le riforme. Alcuni tecnici avevano proposto di rivedere completamente la Covisoc con poteri di reale controllo sui conti dei club; di cambiare i pesi elettorali o addirittura di eliminare le componenti (che hanno paralizzato con i loro veti incrociati la Figc), di eleggere i consiglieri sul territorio così che fossero vera espressione del movimento: tutte le proposte sono state bocciate come “troppo radicali” o “inattuabili”. Anche perché ci sarebbe voluta la ratifica dei tre quarti dell’assemblea, mentre Fabbricini e Malagò con i loro metodi si inimicavano tutti. I pochi provvedimenti realizzati, invece, sono finiti uno peggio dell’altro.

LA FRETTA SULLE SECONDE SQUADRE – Una delle prime delibere è stata quella delle seconde squadre: progetto invocato come soluzione del mancato impiego dei giovani, inviso alla precedente governance (in particolare a Claudio Lotito che puntava invece sulle multiproprietà, da patron della Lazio e della Salernitana), gradito soprattutto alla Juventus di Andrea Agnelli, che ha trovato terreno fertile durante il commissariamento e non a caso è stato il primo e unico club a aderire. Nella smania di rinnovamento, le seconde squadre sono state introdotte in Serie C in fretta e furia, senza un programma organico, senza nemmeno l’accordo della Serie B che ha fatto ricorso (poi respinto) contro l’eventuale promozione fra i cadetti. Risultato: tutti i club si sono sfilati, vedendo il provvedimento come una spesa inutile e non come un’occasione. Per ora in Serie C gioca solo la Juventus Under 23: che gran riforma.

L’INUTILE GUERRA DEL CALCIO FEMMINILE (E LA POLTRONA ALLA COLOMBARI) – L’altro fronte su cui la gestione Fabbricini si è (inspiegabilmente) accanita è quello del calcio femminile, da strappare a tutti i costi dalle mani della Lega Dilettanti, di cui le calciatrici hanno sempre fatto parte in quanto non professioniste (senza tenere conto però del reale stato del movimento e di tutte le difficoltà che comporterebbe il professionismo). Il provvedimento unilaterale, senza nemmeno avvisare la Lnd, ha generato un contenzioso che alla fine ha dato ragione al commissario (ma ha anche spaccato in due il movimento: i campionati di A e B saranno organizzati dalla Federazione, quelli inferiori dai dilettanti). Come se non bastasse, prima di andar via la gestione commissariale ha provato a piazzare alla guida della nuova divisione Martina Colombari, ex miss Italia (non proprio una dirigente sportiva, insomma) e moglie del sub commissario Costacurta. Il colpo di mano è rientrato: anche il problema di chi dovrà occuparsi del pallone in rosa è rinviato al prossimo governo.

IL DISASTRO DEI RICORSI IN SERIE B – Il “capolavoro” (si fa per dire) è stato però senza dubbio quello del blocco dei ripescaggi in Serie B. Scelta apparentemente di buon senso (il torneo a 22 è insostenibile), avvenuta in violazione di tutte le norme. Il regolamento non permette di cambiare formula senza un anno di anticipo, così Fabbricini ha modificato il regolamento stesso, con un provvedimento sottobanco alla vigilia di Ferragosto. Ovviamente una riforma partorita in questo modo non poteva che causare guai e ricorsi (quelli delle 5 società escluse): i calendari sono stati a lungo paralizzati, è dovuto intervenire il governo con un decreto d’urgenza per sottrarre la competenza ai tribunali federali e affidarla alla giustizia amministrativa (il contenzioso non è ancora finito, l’udienza è fissata al Tar il 23 ottobre); senza dimenticare il caso paradossale della Virtus Entella, squadra fantasma che non gioca né in B né in C. Tutto grazie al commissariamento.

L’ULTIMO REGALO A LOTITO – La gestione commissariale non è riuscita a chiudere i conti col passato, riscrivere le regole e gettare le basi per il cambiamento. Almeno una cosa, però, spalleggiata dal governo l’aveva ottenuta: grazie alla legge sul limite dei mandati i “baroni” del pallone, da Lotito al sindacalista Tommasi, non avrebbero più potuto ricandidarsi. La ciliegina sulla torta è stata riuscire a neutralizzare anche questo rinnovamento. Il solito Lotito, ovviamente, ha fatto ricorso e sulla sua incandidabilità ci sono stati due pareri opposti, uno della Corte federale a lui favorevole, l’altro del Collegio di garanzia contrario. Ma a far fede doveva essere quest’ultimo, di giurisprudenza superiore: la Figc doveva solo ufficializzare la sua esclusione, così che poi quando si fosse arrivati all’ultimo grado di giudizio il patron della Lazio sarebbe stato taglio fuori per sempre. Ma il commissario non l’ha fatto: stanco, demotivato e desideroso di evitare ulteriori grane, Fabbricini non ha prodotto alcun atto sulla candidatura di Lotito; così la sentenza favorevole della Corte federale non è impugnabile e lui ha la strada spianata per entrare anche nel prossimo governo del pallone. La degna conclusione del grande commissariamento del Coni, che doveva cambiare tutto e non ha cambiato nulla.

Twitter: @lVendemiale