È notizia dei giorni scorsi la sostituzione a X Factor di Asia Argento con Lodo Guenzi, leader de Lo Stato Sociale. Su queste pagine ho già parlato a maggio di Guenzi in quella trasmissione, quindi sarebbe inutile ora tornarci su e ridire le stesse cose.

Sempre in questi giorni, però, Lo Stato Sociale è stato invitato al Premio Tenco, che si svolgerà al Teatro Ariston di Sanremo dal 18 al 20 ottobre prossimi. L’invito da parte del raffinato Club Tenco ha così fatto storcere il naso ai duri e puri della canzone d’autore italiana. Secondo questi giapponesi che continuano a lottare nella giungla nonostante la guerra sia finita da un pezzo, Lo Stato Sociale non farebbe musica d’autore, dunque non sarebbe degno di partecipare alla “Rassegna della canzone d’autore”. Altri sono contro a prescindere, semplicemente perché non li conoscono, anche se non lo ammetterebbero mai. Ma tant’è.

Ora: tutto questo sarebbe abbondantemente trascurabile, se non ci desse l’opportunità di riflettere su cosa sia oggi considerabile arte, in Italia, nel mondo della canzone. Mi riferisco a quel tipo di brani che non si accordino necessariamente con i meccanismi commerciali: cioè che non nascano esclusivamente per essi. Mettiamo allora i paletti, per capirci e non farne una sterile questione nominale:

1. Qui intendo “canzone commerciale” come costruita esclusivamente per la sua compatibilità col mercato discografico

2. Intendo “canzone pop” come quella che realizzi artisticamente un’icona che entri in rapporto dialettico con l’immaginario di una comunità, tramite musica, parole o elementi visivi;

3. Intendo “canzone d’arte” come canzone che parta prima di tutto da un’esigenza artistica di rappresentazione della realtà, esigenza che non escluda necessariamente però l’accordo con suddetti meccanismi commerciali;

4. Intendo infine “canzone d’autore” come un genere fra i tanti della canzone d’arte, nato alla fine degli anni Cinquanta, che contenga anche una poetica, un proprio modo di vedere il mondo. Quest’ultima, rispetto a “canzone d’arte”, nel corso degli anni ha acquisito talmente tanto prestigio e fortuna da diventarne sinonimo grazie al meccanismo di antonomasia, più o meno negli anni Ottanta.

Bene. Chiarito ciò, la mia tesi è che, malgrado quello che va per la maggiore in Italia, anche la cosiddetta “canzone pop” possa essere ontologicamente cosa diversa rispetto alla “canzone commerciale” e rientrare nell’insieme della “canzone d’arte”. All’estero è così. Da noi fatica a esserlo, perché in Italia è successo qualcosa di singolare.

Storicamente, per colpa di un’industria discografica pigra e refrattaria al rischio d’impresa, che non investiva sui meccanismi creativi, sulla formazione di icone nuove che scuotessero l’immaginario e sul rapporto tra visivo e auditivo, il pop è stato sempre formato da un’icona facile da raggiungere: per la stragrande maggioranza dei casi, quella sdolcinata e struggente da tradizione melodrammatica. L’Italia è rimasta retroguardia provinciale.

Questo ha portato a cristallizzare il senso della definizione di “canzone pop” come qualcosa di facile da realizzare, universalmente riconosciuta come in antitesi rispetto alla “canzone d’arte”. E la “canzone pop” si ritrova a essere sinonimo di “canzone commerciale”. Oggi la principale divisione di genere nella canzone italiana vede da una parte “canzone pop” e dall’altra “canzone d’autore”. È successo perché “canzone pop” è diventata antonomasia di “canzone commerciale” (quando invece è semplicemente il genere che più facilmente può diventarlo) e “canzone d’autore” antonomasia di “canzone d’arte”.

Lo Stato Sociale fa musica d’autore che si serve anche del linguaggio e delle icone del pop. Può far bella o brutta canzone d’autore, su questo si può discutere. Ma il genere mi pare sia indiscutibile. Il gruppo bolognese si pone in una nobile tradizione di “canzone d’autore” (non secondo l’accezione storica, ma secondo quella d’antonomasia) che vede gli Skiantos come principali antesignani, solo che lo fanno nell’epoca post-ideologica, descrivendola. Tramite brani che raccontano i paradossi del mondo di oggi, con uno sguardo disincantato e dissacrante, riescono a essere freschi e orizzontali con linguaggi musicali e timbriche spesso giovanili.

Guenzi è il leader di un gruppo che da alcuni anni dimostra di padroneggiare benissimo l’oggetto canzone e l’artisticità del rapporto tra la realtà sociale e la comunicazione tramite questa forma d’arte. Perciò non capisco le polemiche. Ma si sa, siamo in Italia quindi tutto diventa tifo, purtroppo: o di qua o di là.