Il Panel di esperti delle Nazioni Unite ha appena pubblicato l’ultimo report sulla situazione in Libia (5 settembre 2018, diffuso oggi). A Tripoli la tregua prolungata giusto il 9 settembre a Zawyia dall’inviato dell’Onu Ghassan Salamé sembra destinata a non tenere, visto che nella notte la 7a Brigata ha ricominciato a sparare all’aeroporto di Mitiga, 8 chilometri da Tripoli.

Anche uomini di Haftar coinvolti nel traffico di uomini – La fotografia della situazione dei migranti è sempre tragicamente la stessa. Denunciava l’Unhcr in un comunicato di due giorni fa che ci sono trafficanti “che si travestono da operatori umanitari”. Ma da quanto scrive il Panel di esperti la novità più importante riguarda i gruppi coinvolti nei traffici, non solo milizie legate al governo Serraj, ma anche all’Esercito nazionale libico (Enl): l’armata del generale Khalifa Haftar. Il gruppo armato Awliya’ al-Damm, affiliato ad Haftar, gestisce un centro di detenzione all’interno dell’ex carcere militare di Abu Hudaymah, nella periferia di Bengasi. I comandanti del centro, secondo l’Onu, sarebbero uomini di Mahmud al-Warfalli, uno dei fedelissimi di Haftar. Al-Warfalli è sotto processo dal 15 agosto 2017 alla Corte penale internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità. Non è l’unico centro illegale di questo genere secondo i testimoni intervistati dall’Onu, che però non sono stati in grado di localizzare altre strutture. A Kufra, lungo il confine tra libico con Egitto, Sudan, Chad e Libia, il battaglione Sabul al Salam dell’Esercito di Haftar starebbe invece gestendo gli ingressi dei migranti lungo le rotte del deserto. Come nel caso della Guardia costiera libica a Zawiya, gli stessi pagati per fermare il traffico di migranti, ne sarebbero i principali promotori. Secondo precedenti informazioni raccolte dal Panel dell’Onu a luglio 2017, gli ingressi da questa rotta – all’epoca tra gli 800 e i mille al giorno – costerebbero 10mila dinari al giorno, via pickup. I migranti vengono poi condotti al campo Qarryat, dove si sono registrate torture e violazioni dei diritti umani ad opera della Brigata 432 dell’Eln.

La guerra per il petrolio interna alla Libia – Una parte importante del rapporto interessa poi il conflitto interno alla Libia per la gestione del petrolio. Infatti non esiste un’unica Noc (National oil corporation), società petrolifera nazionale, ma bensì due: una a Tripoli, bersaglio dell’attentato del 10 settembre, e una a Bengasi (dove la società è storicamente nata, nel 2013). “Questa ‘Noc Bengasi’ guidata da Faraj Said sta seguendo una strategia articolata, finalizzata a destabilizzare la Noc, anche con l’esportazione illecita, contratti e blocchi dei pozzi, per raggiungere in ultimo il controllo del petrolio libico”, scriveva Sanalla all’Onu a luglio, in una lettera con cui chiedeva sanzioni per i trafficanti di greggio e di petrolio. Forse anche per questo la sede di Tripoli è diventata un bersaglio per i nemici di Fayez al-Serraj. Nel report Onu si documentano diversi tentativi della “Noc Bengasi” di esportare greggio illegalmente, almeno a partire da ottobre 2017. A giugno, nell’area di maggiore produzione di greggio c’erano stati diversi scontri armati, risolti poi da un intervento militare proprio di Khalifa Haftar.

Controversie sul fondo sovrano libico – Il fondo sovrano libico, la Libyan investment authority (Lia), è uno degli enti sotto sanzione dell’Onu. Vale almeno 32 miliardi di dollari, ma non si sa ancora chi lo controlla davvero: “Una serie di appelli e di sentenze ancora pendenti ha prolungato l’incertezza riguardo la chiusura delle controversie”, scrive l’Onu. A rivendicare l’autorità sulla Lia sono gli uomini del Governo di transizione di Serraj, a cui risponde la Corte di Bengasi per vie processuali. Ma parte del suo valore ha preso la via di banche europee. La maggior parte dei suoi asset sono alla Banca centrale di Tripoli, ma in parte hanno preso la destinazione dell’Europa. Alcune azioni le ha la Euroclear bank belga, che nonostante fosse sotto sanzione ha continuato a pagare gli interessi al fondo sovrano libico. Violando di fatto le sanzioni delle Nazioni Unite: “Pagare per l’interesse e altri guadagni non nel rispetto del regime di sanzioni. Inoltre, considerando l’instabilità nel paese, le controversie sull’autorità della Libyan Investment Authority e la mancanza di un meccanismo di supervisione, così facendo potrebbero portare all’abuso e all’appropriazione indebita di fondi”, afferma il rapporto.