Il disegno di legge a firma del senatore Simone Pillon Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità è finalmente giunto in Commissione al Senato e ha subito aperto il vaso di Pandora. In materia di diritto di famiglia s’intende, diritto che avrebbe dovuto già essere rivoluzionato con la legge 54/2006 il cui palese ed esplicito intento (nella ratio legis e nella semplice applicazione delle norme) era di abbandonare l’affido esclusivo del minore (monogenitoriale dunque) in favore della salvaguardia della bigenitorialità.

In questi 12 anni si è invece consumata una aberratio legis tipica del nostro costume, ipocrita e gattopardesco: cambiato il nome, ignorata la ratio legis, il “sistema” (giurisprudenziale, fondato su quello socio-culturale ovviamente) ha sì donato formalmente l’affido condiviso a tutti o quasi, relegando formalmente l’affido esclusivo solo nei casi di particolare gravità, ma sostanzialmente rimanendo sempre un affido esclusivo! Infatti come altro lo vogliamo chiamare quello in cui un genitore (nel 90/95% dei casi il padre, perché la mamma è sempre la mamma) diviene “frequentatore/visitatore”, con diritto di godere del rapporto filiare solo a week end alternati (e solo da poco, anche generosamente un giorno a settimana, ovviamente dopo la scuola e sino alla cena), 15 giorni di vacanza estiva, Pasqua e Natale alternati, e telefonata programmata al pari di un carcerato? Come lo vogliamo chiamare un genitore che d’improvviso passa da una gestione equilibrata (40/50%) del tempo con il figlio/figli, obtorto collo al 15% come deciso dal giudice? Vogliamo continuare a chiamarlo affido condiviso solo per prenderci in giro?

Questo hanno fatto quasi tutte le nostre corti di giustizia, ponendo su un piedistallo un genitore (quasi sempre la mamma) e un metro sotto l’altro genitore. Con ciò, paradossalmente, demolendo le fondamenta di una famiglia che seppure scioltasi, deve però continuare a garantire saldo il rapporto genitoriale. Per il bene dei minori, per il bene dei genitori che amano i propri figli e non ultimo per il bene della società tutta. Poiché indebolendo la cellula della famiglia si compromettono lo sviluppo emotivo, cognitivo, psicologico delle persone. E si creano soggetti disturbati, disagiati, sofferenti. Con un costo enorme di salute pubblica. Oltre che a demolire diritti fondamentali.

Il ddl Pillon vuole semplicemente contrastare questa gravissima deriva. La relazione introduttiva è già assai chiara: “I criteri (…) sono sostanzialmente quattro: a) mediazione civile obbligatoria per le questioni in cui siano coinvolti i figli minorenni; b) equilibrio tra entrambe le figure genitoriali e tempi paritari; c) mantenimento in forma diretta senza automatismi; d) contrasto della alienazione genitoriale”.

Ideologicamente si sono subito levate le critiche da più parti, soprattutto anche da noti avvocati matrimonialisti (Rimini, Bernardini De Pace, Gassani) e da alcune associazioni. Scomodando argomentazioni surreali, quali “occorre affrontare caso per caso e non decidere con ciclostilati”, che è proprio quello che è avvenuto sino a oggi! Si pensi infatti come in vari tribunali il provvedimento prestampato dell’ordinanza presidenziale indicava come genitore “collocatario” la mamma del minore. Oppure spendendo argomentazioni assurde e inverosimili (es. “non dimentichiamoci che la violenza in famiglia è la prima causa di morte”, 11 settembre 2018, Corriere della Sera).

In realtà i punti fondamentali del ddl devono essere pienamente condivisi, proprio perché finalmente tesi a realizzare l’autentico interesse del minore. La mediazione familiare (articolo 3) è volontariamente scelta dalle parti e può essere interrotta in qualsiasi momento. L’esperimento della mediazione familiare è condizione di procedibilità della “causa” e dunque l’obbligo permane solo all’inizio. La mediazione può evitare anni di grave conflittualità tra i genitori, con effetti devastanti. Certo, sappiamo che funziona solo dove non c’è elevata conflittualità ma anche quando i contendenti vengono trattati paritariamente sin dall’inizio.

Il ddl prevede che nel caso di separazione consensuale i genitori di figli minori debbano indicare nel ricorso il piano genitoriale concordato (articolo 10), il che impone di dettagliare la gestione dei figli, con la misura e la modalità con cui ciascuno dei genitori provvede al mantenimento diretto dei figli, sia per le spese ordinarie sia per quelle straordinarie, anche attribuendo a ciascuno specifici capitoli di spesa, in misura proporzionale al proprio reddito e ai tempi di permanenza.

La figura del coordinatore genitoriale (articolo 4) è già stata introdotta in alcuni tribunali e consente, su richiesta dei genitori, di gestire in via stragiudiziale le controversie eventualmente sorte tra i genitori relativamente all’esecuzione del piano genitoriale. Si garantiscono tempi paritari (articolo 11) qualora anche uno solo dei genitori ne faccia richiesta, con la permanenza di non meno di 12 giorni al mese (per evitare ampia discrezionalità), compresi i pernottamenti, salvo comprovato e motivato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica del figlio in casi tassativamente individuati. Il che giustifica il mantenimento diretto degli stessi.

Si prescrive al giudice di intervenire in caso grave di alienazione genitoriale (articolo 17 e 18), ordinando al genitore che abbia tenuto la condotta pregiudizievole per il minore la cessazione della stessa condotta; disponendo con provvedimento d’urgenza la limitazione o sospensione della sua responsabilità genitoriale o l’inversione della residenza abituale del figlio minore presso l’altro genitore ovvero il collocamento provvisorio del minore presso apposita struttura specializzata. Finalmente si affronta un grave fenomeno che annovera migliaia di casi ogni anno.

Diciamola tutta: chi avversa questo ddl è chi teme che il proprio giro d’affari possa diminuire drasticamente, poiché sgonfiandosi la conflittualità si sgonfiano le cause e dunque le parcelle (e non solo di tanti avvocati ma anche di tanti consulenti che per anni periziano inutilmente tutti i componenti del nucleo familiare). Oltre a chi intende continuare lucrare (anche affettivamente) sulla disparità e sugli assegni perequativi. Il conflitto familiare deve essere invece prevenuto, immediatamente interrotto e devono essere “disarmati” i contendenti. E con regole paritarie, chiare e nette, questo avviene. Con l’ipocrisia no.