Per il senatore leghista Simone Pillon “non si fanno né gli interessi della madre né quelli del padre” perché rimane il principio che “il genitore che guadagnerà di più contribuirà di più”. Ma il disegno di legge sulla riforma dell’avviso condiviso di cui è primo firmatario – insieme a lui lo hanno sottoscritto tre colleghi del Carroccio e cinque senatori del Movimento 5 Stelle – non convince esperti di diritto di famiglia e associazioni per la tutela dei figli di genitori separati. Nel mirino sia l’automatismo per cui i bambini dovrebbero trascorrere metà del tempo con il padre e metà con la madre e avere quindi due case sia il colpo di spugna sull’assegno di mantenimento in favore del “mantenimento diretto”, nonostante in Italia più di metà delle donne non abbia un’occupazione. Per non parlare del fatto che chi mantiene la residenza nella casa familiare – ora assegnata quasi sempre alle madri “tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli” – debba versare all’altro, se ne è proprietario, un canone di affitto.
Per l’avvocatessa Annamaria Bernardini De Pace il testo è “imbarazzante“, “maschilista” e dispone “un’assurda parità materiale e di contabilità”. Contrario anche il matrimonialista Cesare Rimini, secondo cui “ritenere di formalizzare a priori che il tempo è metà per uno è una follia” e il principio del doppio domicilio va bene solo per “le famiglie ricche”. Secondo l’associazione Telefono Rosa “se la possibilità di continuare a vivere nella casa familiare, malgrado l’interesse dei figli è condizionata al pagamento di un canone di locazione di mercato”, “se il contributo al mantenimento non esisterà più” e “se i figli minori saranno costretti a vivere erranti tra padri, madri e parentele varie, l’ingiustizia sarà totale”. Più cauta Ileana Raza, legale dell’associazione Mamme e papà separati, che apprezza il concetto di bigenitorialità ma nota che sarà molto problematico tradurlo in pratica.

Stop agli assegni di mantenimento. E chi utilizza la casa familiare deve pagare – La “rivisitazione dell’istituto dell’affidamento condiviso” dei figli è prevista dal contratto di governo tra Lega e M5s, in cui si fa riferimento a una “rivalutazione” del mantenimento in forma diretta “senza alcun automatismo circa la corresponsione di un assegno di sostentamento”. Del dossier si è occupato Simone Pillon, di professione avvocato, noto per essere tra i fondatori del comitato organizzatore dei Family Day e per le prese di posizione contro le unioni civili e l’aborto e i presunti casi di “stregoneria nelle scuole (“dopo il Gender, sono arrivati a imporre la stregoneria, ovviamente all’insaputa dei genitori”, scrisse su facebook poco dopo l’ingresso in Senato, promettendo un’interrogazione parlamentare sulla vicenda). Pillon ha però trasformato la “rivalutazione” in una cancellazione tout court, tranne “ove strettamente necessario, in via residuale e per un tempo determinato”. Per superare quella che viene definita “l’antiquata idea dell’assegno” versato dal coniuge economicamente forte a quello privo di mezzi adeguati, il ddl presentato lunedì a Palazzo Madama stabilisce di fatto che ogni genitore debba in linea di massima sostenere di tasca propria le spese per le esigenze del bambino nei giorni in cui sta con lui. Che dovranno essere “in ogni caso non meno di dodici al mese, compresi i pernottamenti”.

Il “piano genitoriale” e l’obbligo della mediazione – Come prova della validità del principio dell’affidamento diretto viene citato il fatto che si tratta di “costume esteso e inveterato di molti Stati progrediti (California, Svezia, Belgio, Stato di Washington)”. La misura e la modalità con cui ciascuno dei due genitori dovrà provvedere al mantenimento, si legge all’articolo 11, andranno messe nero su bianco in un “piano genitoriale” che ognuno dei due preparerà indicandovi “luoghi abitualmente frequentati dai figli”, “eventuali attività extrascolastiche, sportive, culturali e formative“, “vacanze normalmente godute” e altri capitoli di spesa. In più chi mantiene la residenza nella casa familiare – ora assegnata “tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli” – dovrà versare all’altro, se ne è proprietario, un “indennizzo pari al canone di locazione computato sulla base dei correnti prezzi di mercato“. I genitori di figli minori che vogliano separarsi saranno inoltre obbligati a ricorrere alla figura del mediatore familiare. Ruolo per il quale Pillon ha conseguito la qualifica nel 2013.

I dati Istat: dopo la legge del 2006 l’89% degli affidi è condiviso – Il tema dell’affidamento condiviso, caldeggiato dalle associazioni dei padri separati, sta molto a cuore a Matteo Salvini, che già nel 2014 quando passò la legge sul cognome materno sottolineò come la Corte europea abbia “sanzionato due volte i tribunali italiani per non aver garantito” i loro diritti, parlando di “discriminazione“. La premessa del ddl è che “la legge 8 febbraio 2006 si è rivelata un fallimento, cosicché l’Italia rimane uno degli ultimi Paesi del mondo industrializzato per quanto riguarda la cogenitorialità delle coppie separate” visto che l’affido “materialmente condiviso, in cui il minore trascorre almeno il 30 per cento del tempo presso il genitore meno coinvolto, riguarda il 3-4 per cento dei minori, tasso fra i più bassi al mondo”. L’ultimo report Istat su separazioni e divorzi mostra a dire il vero che su almeno un fronte la legge del 2006 ha cambiato radicalmente le cose: se nel 2005 i figli minori affidati esclusivamente alla madre erano più dell’80%, nel 2015 la percentuale è crollata all’8,9% e nell’89% dei casi il giudice ha sancito l’affido condiviso. Ma i bambini nella maggior parte dei casi continuano in effetti a trascorrere più tempo con le madri.
Nessun mutamento invece sul fronte dell’assegnazione della casa coniugale, che quando c’è un figlio minore nel 69% dei casi va alla ex moglie in quanto genitore collocatario, e della quota di separazioni con assegno di mantenimento corrisposto dal padre, che si è mantenuta stabile al 94%. Dati che vanno letti però insieme a quelli sul tasso di occupazione femminile, che in Italia come ricordato da Cesare Rimini è inferiore al 50% (quasi venti punti sotto la media Ue), e sui redditi. Stando alle analisi di Francesca Bettio, docente di Economia all’università di Siena ed esperta di disuguaglianze di genere sul mercato del lavoro, a causa della segregazione occupazionale e dell’elevata incidenza del part time tra le lavoratrici le donne continuano a portare a casa meno della metà dei loro compagni e in caso di separazione sono più a rischio di ritrovarsi “in rosso”.

“Due case? Principio che va bene per i ricchi” – Nel ddl c’è l’indicazione che ognuno contribuisca alle spese ordinarie e straordinarie “in misura proporzionale al proprio reddito” e “considerate le risorse economiche di entrambi”. Ma l’eliminazione dell’assegno, unita al principio delle “due case” tra cui il bambino dovrà fare la spola, secondo gli addetti ai lavori presenta una serie di problemi. “In teoria ognuno dei due genitori dovrà acquistare tutto quello che serve al figli nei giorni in cui risiede con lui, ma bisognerà vedere se ne hanno i mezzi”, nota l’avvocato Raza. “E la casa familiare? O verrà venduta, ma servirà del tempo, o (in caso di insuccesso della mediazione) sull’assegnazione dovrà decidere il giudice, ma senza i paletti che ci sono oggi in base ai quali va al genitore presso cui sono collocati i figli”.

Su Repubblica Bernardini De Pace ha previsto che “il risultato sarà un disastro“, perché “o i genitori dovranno lavorare entrambi molto e molto di più, o avranno il costo suppletivo di una tata a tempo pieno o di due mezze tate, o dovranno disporre di nonni” molto disponibili. Conclusione: “Chi va a spiegare questo disegno di legge, di avanguardia astrattistica, a quelle mamme che hanno rinunciato al lavoro per crescere i figli, a quelle mamme che non hanno genitori vicini e disponibili, a quelle mamme che non hanno preteso l’intestazione della casa familiare? Chi va a spiegare ai papà in carriera, che per almeno 12 giorni al mese, non posso essere più pronti al richiamo del capo?”. Anche per Rimini “è una follia considerare che ci sia la possibilità di fare i divorzi e le separazioni con una formuletta prestampata”, ovvero “ritenere di formalizzare a priori che il tempo è metà per uno. Bisogna valutare caso per caso”. Nella sua esperienza, “i casi da me trattati con figli metà e metà riguardavano clienti ricchi”, visto che di fatto “ci sono in ballo tre case: quella del padre, quella della madre e quella dei bambini. I genitori entrano ed escono da questi domicili che spesso sono affidati a delle governanti“. Certo, riconosce il matrimonialista, “i padri nel 90% dei casi escono dalla casa coniugale, e ciò li pone in un grande disagio. Ma certo non è una soluzione pensare di risolvere la situazione rovesciando le parti”.