Ho da poco letto un bellissimo libro di Paolo Pileri, 100 parole per salvare il suolo. Piccolo dizionario urbanistico-italiano. Un manuale utile a tutti quelli (urbanisti, consiglieri, politici, cittadini, attivisti) che hanno a cuore il paesaggio. Ma perché un dizionario? L’”urbanistico” è una lingua diversa dall’italiano? Sì, ed è una lingua molto simile al “politichese” che dice tutto e il contrario di tutto, e serve per nascondere importanti verità.

Se noi cittadini, se noi attivisti, se noi consiglieri, se noi ambientalisti non decifriamo cosa si nasconde dietro il gergo astruso dei piani urbanistici e delle leggi, non riusciremo a difendere il suolo domani e molto probabilmente incasseremo l’ennesima colata di cemento, l’ennesima strada, l’ennesimo centro commerciale, l’ennesima villetta. Sembra che il potere le studi tutto per rendere fumose , illeggibili, contraddittorie le sue decisioni, con continui rimandi a codicilli, articoli. Come scrive Pileri “Per capire un piano urbanistico occorre attrezzarsi di due o tre leggi alla mano, dispense, pagine web…”

Tuc (tessuto urbano consolidato) aree intercluse, aree di completamento, tutte parole complicate che nascondono la realtà di campi liberi, fertili, per i quali il destino è segnato. Essendo considerati come parte integrante del tessuto urbano, la loro cementificazione è “scontata”, e non viene neppure conteggiata nel consumo di suolo. Per edificare basta una semplice autorizzazione. Si apre il cantiere e i suoli spariscono. Conteggiare le aree libere, intercluse, nel suolo già urbanizzato, porta a un’altra perversa conseguenza: in alcune leggi (come in Emilia Romagna) si dice che nel futuro si potrà consumare suolo per una superficie pari al 3% del suolo già urbanizzato. Quindi, più grande è il suolo “già urbanizzato”, più grande sarà quel 3% da cementificare.

Le leggi regionali, benché tutte, a prima lettura, dicano di voler “salvare” il suolo, poi in realtà ingannano, e permettono il contrario. Nelle leggi si usano termini diplomatici come “ridurre, limitare, non superare una data percentuale”, ma nessuno parla chiaramente di stop al consumo di suolo. Eppure di suolo ne abbiamo già perso abbastanza! Parole diverse da regione a regione, perché come spiega Pileri in Italia non c’è una legge unica a tutela del suolo, ma un aggrovigliarsi di leggi regionali, con tante varianti diverse. Una chiara e risolutiva proposta di legge nazionale (febbraio 2018) è stata scritta dal Comitato Salviamo il Paesaggio, ed è quella che va presa in considerazione.

Attualmente, la decisione sul destino del suolo resta di fatto in mano ai Comuni, che lo usano come un bancomat: vendono suolo per fare cassa. Le Vas (valutazioni ambientali strategiche) non sono vincolanti, spesso sono “patteggiate” e le “compensazioni” richieste risultano inutili a equilibrare il danno ambientale. Aree di ricucitura, aree di ricomposizione, paroline a prima lettura innocenti, belle e virtuose. Eppure sono parole assurde e pericolose, perché indicano che le aree verdi urbane, i campi incolti tra un palazzo e l’altro, sono aree da ricucire, porosità da riempire, buchi da ricomporre, Come se la città dovesse essere ricucita con ago e filo di cemento. Eppure, per fronteggiare il riscaldamento climatico, le inondazioni, le bolle di calore, queste porosità “verdi” sono fondamentali. La qualità della vita migliorerebbe se ogni città preservasse al suo interno tanti piccoli polmoni verdi, parchi, orti, boschetti, campi. Purtroppo l’urbanistica in Italia si è sempre piegata allo strapotere delle lobby del cemento, delle auto, dei palazzinari e dei centri commerciali, pensando sempre meno al benessere dei cittadini.

I miei figli giocano da anni in un campo libero, dietro casa, nella città, tra i palazzi. Vi costruiscono capanne, nascondigli. Definito edificabile, definito ambito di completamento, definito area da ricucire. Ai loro occhi è comunque un campo, pieno di siepi e biodiversità. Passato da un proprietario alla banca, da un fallimento all’asta, è stato infine comprato e presto sarà cementificato. Occorre una legge (come prevede anche il Comitato Salviamo il Paesaggio) che dia ai sindaci il potere e la responsabilità di togliere l’edificabilità dalle aree, se queste non sono state edificate da 3/5 anni (da valutare), senza nulla rendere al proprietario. L’urbanistica dovrebbe parlare il linguaggio schietto dei bambini, guardare la città con i loro occhi limpidi. Perché un campo è un campo, un albero è un albero, e il cemento è cemento. Solo allora, forse, le città saranno più vivibili, e il suolo si salverà.