Si scoprono finalmente le carte della coalizione governativa gialloverde in merito alla sbandierata riforma anticorruzione. Un tema che da sempre è cavallo di battaglia dei duri e puri pentastellati, un po’ meno dei loro plurinquisiti e oggi pignorati compari d’avventure leghisti. Comunque vada a finire, puntare i riflettori sulla lotta al malaffare varrà almeno a sviare per qualche giorno (o qualche ora) l’attenzione dell’opinione pubblica dalle dominanti ossessioni securitarie, rinfocolate dai quotidiani cinguettii muscolari del ministro dell’interno. Eppure le attività illecite di tutti i migranti irregolari generano un danno economico e sociale pari forse a una frazione infinitesimale di quello prodotto dagli italianissimi corrotti e corruttori in doppio petto. Nonché inversamente proporzionale all’attenzione mediatica e all’allarme suscitato.

Secondo le roboanti anticipazioni ministeriali il disegno di legge si reggerebbe su due pilastri: il cosiddetto “Daspo” per i corrotti e l’estensione della figura dell’agente sotto copertura anche ai reati contro la Pubblica amministrazione – attualmente è limitato a reati di mafia e traffico di stupefacenti. Il Daspo consiste in un’interdizione permanente dai pubblici uffici e dallo stipulare contratti con la Pubblica amministrazione per soggetti condannati a pene superiori ai due anni per una vasta gamma di reati (corruzione, abuso d’ufficio, peculato, etc.). L’altra innovazione normativa riconoscerebbe ai magistrati la possibilità di “infiltrare” agenti di polizia giudiziaria in quegli uffici ove si ritiene possano realizzarsi scambi di mazzette o altri reati nella gestione della cosa pubblica, così da raccogliere “dal vivo” evidenza e prove necessarie a procedere in giudizio.

Nulla da eccepire sulla potenziale utilità degli agenti sotto copertura. E’ bene però non farsi illusioni eccessive sulla loro funzione catartica. Un agente infiltrato potrà forse prendere con le mani nel sacco qualche ladro di polli negli uffici pubblici dove si manifestano forme di micro-estorsione o di corruzione spicciola. Attività meritoria, indubbiamente. Ma laddove la corruzione si è fatta pratica consuetudinaria e sistemica, specie quando entrano in ballo grandi affari e appalti milionari, disporre di una consolidata reputazione, aderenze e contatti personali, “referenze” di personaggi affidabili risulta una precondizione necessaria per accedere a quei circuiti di scambio occulto. E’ lecito nutrire qualche dubbio sulla futura capacità dell’agente sotto copertura di penetrare nei più consolidati e lucrosi reticoli di relazioni tra corrotti e corruttori d’alto profilo politico e imprenditoriale, dove sarà facilmente identificabile come “alieno” e messo ai margini. Anche sulla robustezza della “copertura” si potrebbe discutere. Negli ultimi anni tutte le più significative inchieste di corruzione hanno mostrato il coinvolgimento attivo di giudici, forze di polizia, agenti dei servizi segreti in veste di imputati. Quando la corruzione risulta molto redditizia e ben organizzata, è naturale che i suoi protagonisti dispongano di relazioni e capitali (illeciti) coi quali acquisire anche informazioni su canali e modalità di indagine, così disinnescandole.

L’interdizione vitalizia dal lavorare dentro e con l’amministrazione pubblica va a colpire corrotti e corruttori sul profilo del danno professionale e patrimoniale, con l’equivalente di un inasprimento della pena. Un colpo duro, indubbiamente, così spietato e irreversibile da far sorgere già qualche autorevole dubbio sulla costituzionalità del provvedimento: ancora una volta, una materia controversa gettata in pasto alle divergenti opinioni di giuristi e avvocati, delegando poi l’ultima parola ai giudici costituzionali. Di certo un provvedimento perfettamente in linea con l’orientamento delle politiche anticorruzione degli ultimi anni. Dalla legge Severino del 2012 in poi, infatti, la classe politica ha sventolato fieramente il vessillo del “nessuna pietà” per i corrotti, arrivando per alcuni reati a raddoppiare le pene massime in astratto previste. Purtroppo nessuno si è preoccupato di porre le condizioni perché aumentassero in parallelo anche la probabilità (al momento estremamente esigue) che quelle sanzioni severe venissero in concreto comminate e scontate. Di qui un effetto deterrente pressoché nullo.

Lo spauracchio del Daspo rischia di diventare un’arma spuntata se i tempi ristretti di prescrizione continueranno a lasciar presagire una fine precoce di qualsiasi inchiesta complessa (si veda il processo per il disastro ferroviario di Viareggio), nel ventre molle di un apparato giudiziario tanto spopolato di personale quanto affollato di procedure farraginose, nel quale chiunque abbia risorse per foraggiare i migliori studi legali ha alte probabilità di stirare i tempi del procedimento fino alla sua eutanasia. Questo vale specialmente per gli impresari, che persino nella remota ipotesi di una condanna potranno sempre convertirsi in “facilitatori” o assoldare prestanome per proseguire nei loro traffici con politici e funzionari come prima – anzi, più di prima, visto che nell’italica corruzione spesso una condanna si converte in patente di affidabilità successiva.

Una riforma anticorruzione che nasce già monca, dunque. Che non sana le ferite di una giustizia scientemente ridotta all’impotenza quando si attiva contro criminali dal colletto bianco. Che non incide sul nodo cruciale della prescrizione, rinviata ad altra futura legge. Che non associa il Daspo – magari graduandolo – alla disponibilità di corrotti e corruttori a collaborare coi magistrati, introducendo finalmente efficaci misure premiali capaci di incoraggiare una “rottura” dei patti di omertà tra corrotti. Che non cancella i discutibili vincoli (la sussistenza di reati associativi) imposti dall’ultime codice antimafia alla possibilità di confisca dei beni di corrotti e dei corruttori. Che non tocca le sfuggenti forme di “corruzione a norma di legge”, nelle quali le retribuzioni illecite si smaterializzano in anonimi contributi a fondazioni politiche o in altri giochi di prestigio contabile. E che non sembra preoccuparsi affatto di dispiegare la difficile arte della lotta alla corruzione anche sul versante della prevenzione, valorizzando e potenziando sia l’azione dell’Autorità nazionale anticorruzione che gli strumenti di cittadinanza attiva e di trasparenza.