Ali di cartone dorate e sfavillanti. Piume, perline e colla spennellata con cura meticolosa, millimetro dopo millimetro. Parrucche, maschere, abiti, e passi di danza alla maniera degli antichi capi tribù. Gli indiani del Mardi Gras, miscuglio tra pellerossa ed ex schiavi, da quando nell’Ottocento questi ultimi vagavano “liberi” e vennero accolti e aiutati dai nativi, preparano il rito, mostrano la loro identità, scelgono di non farsi cancellare dal mondo. Siamo nel profondo Sud statunitense, dalle parti di New Orleans. Roberto Minervini è lì. Li filma. Viene risucchiato dai dettagli. Diventa parte dello spazio inquadrato. What you gonna do when the world’s on fire? (Che fare quando il mondo è in fiamme?) film in Concorso a Venezia 75, è un’immersione ipnotica in un luogo inesplorato e antispettacolare, silenziosamente rispettosa di un angolo di terra americana dove essere neri di pelle è un bell’accidenti di problema. Così, solo perché si è epidermicamente più scuri di altri.

Il documentario è una cosa serissima. Una provetta nel laboratorio del cinema che non va scossa con disinvoltura. Minervini sembra essere nato per questo “mestiere”. Coglie un gesto, fa ascoltare una parola nell’atto casuale del suo compiersi. Si intuisce che di programmatico non c’è praticamente nulla. Solo il tasto di una videocamera. E What you gonna do when the world’s on fire? sembra realmente un racconto rubato dalla quotidianità. Bianco e nero che per qualche strano motivo cromatico esalta il chiaro rispetto allo scuro. Taglio dell’inquadratura soprattutto di visi e facce. Chief Kevin, il grande capo delle Frecce Ardenti, quello che si cuce i vestiti e si traveste, quello che tramanda la tradizione e che suona una musica che è “un canto di botta e risposta accompagnato da percussioni”, è solo una delle quattro “storie” colte da Minervini. Ci sono Judy, una signora figlia di musicisti di Tremé, quartiere nero di New Orleans, che ha rilevato lo storico bar Ooh Poo Pah Doo (ora sappiamo a cosa si riferiva Rufus Thomas nella sua celebre hit ndr) e ora deve rivenderlo, strozzata da affitti alle stelle perché Tremé è diventato quartiere alla “moda”; Ronaldo e Titus, due ragazzini di una purezza umana indimenticabile, il primo quattordicenne che protegge il fratellino, mentre la mamma single intima loro di stare lontani dalla strada e dalla criminalità; infine un drappello agguerrito, quasi malinconico, ma straordinariamente tenace e attivo di Black Panthers.

What you gonna do when the world’s on fire? è, per i soliti europei vissuti di retorica del razzismo con i reportage da trespoli della East Coast, la sintesi onesta e inedita di un microcosmo orgoglioso della propria diversità e sempre violentemente in pericolo di vita per “non” diritto di nascita. “Più volte mentre raggiungevo la casa di Ronaldo e Titus mi sono dovuto buttare a terra per evitare le pallottole della polizia”, ha spiegato Minervini alla stampa mentre ha ricostruito i mesi della lavorazione del film. Nello scenario urbano antropologico di questo documentario, i neri uccisi, feriti, arrestati, spesso senza motivi eclatanti sono all’ordine del giorno. Solo che nel comporre questo poema ultrarealista non c’è vittimismo in chi guarda e in chi viene guardato. L’esempio delle Black Panthers, “no justice, no peace”, lo slogan urlato in strada a Baton Rouge come a Jackson (Mississipi) a testimoniare il linciaggio di un ragazzo nero perché stava con una bianca, o di un altro ucciso in circostanze non chiare, riassume l’anima dell’occhio a suo modo militante del documentarista marchigiano. Niente piagnistei, il documentario riflette il reale. E sconforta, colpisce duro, ammalia e abbraccia lo spettatore. “Il progetto iniziale è nato nel 2015. Raccontare i neri d’America laddove era inaccessibile ai bianchi. Là dove era avvenuta un’espropriazione culturale, perfino nella musica blues. Volevo toccare con mano questioni di pubblico dominio. Per i neri non è mai cambiato nulla. La violenza razzista è istituzionalizzata”. A guardare What you gonna do when the world’s on fire? sembra di guardare da un cannocchiale: qualcosa di lontanissimo improvvisamente ingrandito seppur filtrato dai limiti temporali e creativi della macchina cinema. “Il mio approccio è di osservazione. Non esiste uno script predefinito. La vera scrittura è il montaggio – conclude Minervini – fare cinema è un processo di apprendimento e io scavo dove sento di conoscere meno”.