“Genova è una città dura che si compiace di essere sentimentale. Immagina sé stessa rude, ma dolce nel segreto. Il misantropo di buon cuore è un personaggio importante della commedia dialettale che essa recita nella vita. Un buon genovese non deve mai dimostrarsi commosso, ma voltate le spalle deve sempre asciugare una lagrima di soppiatto”, Guido Piovene, Il Viaggio in Italia, Bompiani 1951. Ecco, il pudore, carattere distintivo di Genova, la città che amo di più dopo Roma, forse più per i suoi difetti che per i suoi pregi, perché da architetto è il posto dove ho lavorato e che ho conosciuto di più in tutta la mia vita.

Un pizzico di pudore forse è mancato a Renzo Piano nel presentare intempestivamente una “idea progetto”. Ansia di fare un favore alla sua città sicuramente, ma che potrebbe essere confusa dai più come ansia di visibilità. Piano è un grande architetto, messaggero del genio italiano in tutto il mondo, ritengo però che ognuno debba fare il suo mestiere. In questo caso, se proprio voleva entrare in campo, avrebbe forse potuto esaltare il ruolo dell’urbanista e pianificatore più che dello strutturista di cui l’Italia ha avuto grandissimi esempi come Pier Luigi Nervi o Sergio Musumeci. Oggi questa tradizione non si è perpetuata per il semplice motivo che lo Stato ha abdicato dalla sua funzione di investitore pubblico (basta guardare il rapporto tra spesa corrente e spesa in conto capitale per capirlo) e quindi è venuta meno la base fertile per la crescita di questi talenti.

Per esempio, Piano avrebbe potuto concentrarsi su una proposta per la complicatissima struttura logistica di Genova, il cui fulcro è il nodo di san Benigno, che la fa assomigliare al gioco dello shangai, dove lo spostamento di un bastoncino si ripercuote su tutto il resto. Genova è una città difficile in tutti i sensi. Nel 2003 ero capo della commissione tecnica per la realizzazione del tunnel sotto il porto, con conseguente demolizione della soprelevata, odiata ed amata dai genovesi. Il tunnel ovviamente non fu mai fatto, ma già a quel tempo si parlava della Gronda, opera che personalmente ritengo indispensabile ed ora più che mai urgente, come di un animale mitologico, fonte inesauribile insieme al tunnel di dibattiti e di nessun fatto.

Ora, questa “idea progettuale” di Piano presenta, per quel poco che si è visto, aspetti che pongono quantomeno delle domande. Per esempio, a parte la pensata delle 43 luci, di dubbio gusto non solo per le vittime, ma anche per i futuri utenti, la selva di piloni oltre che essere ridondante dal punto di vista statico, comporterebbe dei costi sproporzionati rispetto alla funzione. Inoltre, sempre ad intuito, la stessa selva comporterebbe un impatto ambientale non di poco conto, andando a costituire una barriera visiva tra la valle ed il monte.

A margine, una breve considerazione sulla “nazionalizzazione” di Autostrade. Venticinque anni fa si smantellò il sistema dello Stato imprenditore buttando via l’acqua sporca e il bambino proprio in nome della lotta alla corruzione che oggi viene invocata da chi vorrebbe ripristinarlo. Il tutto fu sostituito da un sistema inestricabile di leggi che avrebbe dovuto garantire il controllo dello Stato sul privato concessionario. Con il progressivo indebolimento delle funzioni primarie dello Stato centrale (nella fattispecie l’esautoramento progressivo dei Provveditorati) e la smania di decentramento, la capacità e le competenze di controllo del MIT sono mano mano venute sempre meno.

La Ragioneria Generale dello Stato da anni rincorre affannosamente le continue e mai definitive modifiche del Codice degli appalti, facendo e disfacendo la bozza di contratto per le concessioni (sì, proprio quello oggi sotto la lente d’ingrandimento dopo il disastro) come una tela di Penelope. La Cassa depositi e prestiti viene continuamente quanto impropriamente invocata quasi avesse poteri taumaturgici, non avendo le competenze specifiche necessarie, per esempio, ad un caso come questo, per non parlare di Fincantieri. In tutto questo scenario si innesta il tema del “NO” a tutti i costi. Non mi stupirei se venisse fuori qualcuno che dicesse che in fondo che bisogno c’è di ricostruire il ponte sul Polcevera.

Sugli apostoli della regressione felice mi viene in mente, per chiudere, una frase di Julius Oppenheimer, padre pentito della bomba atomica: “L’ottimista sostiene che questo è il migliore dei mondi possibili, il pessimista sostiene che l’altro ha ragione”.