ll 31 dicembre 2016 per incrementare l’assistenza ai minori stranieri non accompagnati sul territorio nazionale, prendeva il via la prima missione di Unicef e Intersos sulle navi della Guardia Costiera impegnate nel salvataggio dei migranti e rifugiati nel mare Mediterraneo. A partire da quella prima operazione, operatori specializzati e mediatori culturali Intersos e Unicef sono costantemente impegnati in attività di informazione e assistenza umanitaria a adulti e minori non accompagnati. a bordo delle unità maggiori del Corpo della Guardia Costiera impegnate nelle attività di Ricerca e Soccorso (detta anche Sar, Search and Reascue) nel Mediterraneo Centrale – in particolare sulle navi Diciotti e Datti. 

Questa è la testimonianza di Lucilla Garufi, 34 anni, operatrice umanitaria del team Unicef/Intersos a bordo della navi della Guardia costiera.

Il momento in cui le persone salgono in nave dal gommone è sempre particolare, carico di concentrazione e di tensione. Si sta in silenzio e si osserva con attenzione ogni dettaglio. Tutto può andare storto in un attimo, un momento di agitazione e il gommone rischia di ribaltarsi o qualcuno rischia di cadere.

Noi del team Unicef/Intersos guardiamo dal ponte le persone a bordo del gommone che salgono uno ad uno sulla nave. Comunichiamo già dalla nave con i gesti suggerendo di stare calmi, di non agitarsi, di non muoversi. Una volta saliti, subito dopo i controlli dei militari, portiamo le donne e i bambini a sedere sulla parte riparata della nave, parliamo con le madri e chiediamo loro innanzitutto da quanto tempo i figli sono a digiuno per farci preparare del latte caldo dai membri dell’ equipaggio.

Quando ho incontrato F. era una missione invernale, in quel gommone c’erano tanti bambini e molte famiglie, le donne piangevano e i bambini tremavano dal freddo. In mezzo alle persone salvate l’ho vista da lontano che camminava con rigidità, quasi pietrificata. L’ho notata ma, distratta dai bambini che avevano bisogno di vestiti asciutti e di cibo, l’ho persa di vista. Dopo poco, i militari mi hanno chiamato e indicato da lontano la donna seduta.

Insieme a Djack, il nostro mediatore, l’abbiamo raggiunta e abbiamo iniziato a scambiare qualche parola; parlava francese e guardava un punto fisso fuori dalla nave. Le chiedo se vuole spostarsi con me e Djack in un angolo più riparato. Ci sediamo per terra, io, Djack e F. Le spieghiamo chi siamo, cosa facciamo in nave. Lei alza il capo e comincia a parlare in maniera confusa della sua storia.

F. viene dalla Costa D’Avorio, aveva tre bambine ma la più grande è morta a causa di un’infibulazione andata male e per questo, d’accordo con suo marito, ha deciso che le altre due piccole figlie non avrebbero subito la stessa sorte. Hanno venduto tutto e lei è scappata dalla Costa D’Avorio da sola con le due bimbe fino in Libia. Dopo qualche tempo è arrivato finalmente il momento di partire. I trafficanti le hanno rinchiuse in un capannone in attesa della partenza e dopo due settimane sono stati portati tutti su una  spiaggia per aspettare di essere caricati su un gommone.

L’attesa però è stata troppo lunga, più di 24 ore. Lei è rimasta abbracciata alle sue bimbe, ci racconta che le stringeva forte e che erano terrorizzate. Durante la notte la temperatura è calata ed è arrivato il freddo. Si è tolta i vestiti per coprire le bimbe e poi, distrutte dalla stanchezza, tutte e tre si sono addormentate. Dopo qualche ora ha sentito le urla dei trafficanti che in arabo dicevano a tutti di alzarsi, di sbrigarsi, di salire sui gommoni. Lei si sveglia, ma non le sue bimbe: si accorge che non respirano e che durante la notte sono andate in ipotermia.

Le scuote, le prende tra le mani, perde il controllo e chiede aiuto, grida e si dispera. I trafficanti la notano, vanno verso di lei e le parlano in arabo, lei continua a chiedere di fare qualcosa. Loro prendono una pala e cominciano a scavare una fossa sulla spiaggia, vanno da F., le strappano i corpi dalle braccia e li lanciano nella fossa. La prendono con la forza e la costringono a salire.

Ci chiede se è possibile ritornare indietro a prendere i corpi, comincia a ripetere che è colpa sua, che ha ammazzato lei le sue figlie. Parla tutto d’un fiato, è concentrata e cerca di mettere insieme i pezzi di quello che le è successo solo poche ore prima. Appena finito di parlare alza la testa e ci scambiamo uno sguardo che sembra durare all’infinito. Mi chiede di nuovo se posso riportarla sulla spiaggia, io resto in silenzio, mi avvicino, le prendo le mani e restiamo tutti e tre così, immobili.

F. una volta a terra sarà definita una rifugiata, forse una migrante economica e forse diventerà un numero e a nessuno importerà più di quello che ha vissuto, ma per noi che lavoriamo a bordo è una donna fuggita per salvare da un’atrocità le figlie che al suo risveglio erano senza vita tra le sue braccia. Lavoriamo con le persone, chiediamo i loro nomi, ascoltiamo le loro storie e lasciamo a terra ogni definizione. Ci ritroviamo di fronte alla sofferenza cruda e reale e cerchiamo di farcene carico nel miglior modo possibile, a volte anche restando accanto in silenzio.

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