Elisa Cozzarini ha fatto quello che io non avrei mai avuto il coraggio di fare. Andare a visitare nell’arco alpino gli ultimi corsi d’acqua liberi da centraline idroelettriche (fra i quali io da queste pagine mi sono occupato del Rio Sorba e del Rio Carne), ma nel contempo, purtroppo, osservare lo scempio di alcuni. Personalmente, non riesco a vedere un torrente ridotto a rigagnolo. Non è questo il progresso, non me lo vengano a contare.

Elisa ha avuto questa forza, ma proprio perché l’andare in giro a vedere traverse, centrali, torrenti ridotti a rigagnoli, piste di esbosco le ha consentito invece di scoprire quello che ancora c’è di intatto, e lo è non già per grazia ricevuta ma in virtù della pervicacia di persone, spesso riunite in comitati, che si sono battute e si battono e si batteranno per salvare gli ultimi corsi d’acqua integri delle Alpi.

Tutto questo è confluito in un bel (anche se il termine “bello” quando si parla anche di disastri forse è improprio) libro: Radici liquide.

Sono tante le considerazioni che l’opera suscita. In ordine sparso e non già di importanza, la prima è quanto sia improprio che un corso d’acqua, lungo il quale per secoli è nata ed ha prosperato la civiltà alpina oggi sia concepito solo come fonte di guadagno e spesso neanche dai valligiani, ma da imprese venute da fuori. Improprio ma consono con la nostra società malata che mira solo al profitto immediato. La seconda è l’importanza delle persone che si riuniscono per combattere per un ideale. Sono persone che dall’integrità del corso d’acqua non ricavano invece alcun profitto: esse difendono la bellezza, bene sempre più raro. La terza è la stupidità di una classe politica ha fatto di tutto per favorire un’energia rinnovabile ma tutt’altro che pulita e che tra l’altro paghiamo tutti più del dovuto. E che ha un valore complessivo irrisorio. Come ricorda Elisa, “alla fine del 2016, si contavano in Italia 3.920 impianti idroelettrici, la maggior arte al nord, sulle Alpi. Ma i più numerosi sono piccoli, fino ad un megawatt di potenza: 2.743 centraline che forniscono appena il 6% del totale da fonte idraulica, pari a qualche punto infinitesimale del fabbisogno energetico italiano”. Questo perché si privilegia l’iniziativa economica e la produzione di energia piuttosto che l’integrità ambientale e territoriale, oltre che la bellezza.

Sono tanti i comitati ricordati dall’autrice che si battono per la salvaguardia degli ultimi corsi d’acqua naturali delle Alpi. C’è poi un Coordinamento Nazionale Tutela Fiumi – Free Rivers Italia, fondato nel 2016.

Ricordo che già ventisei anni fa, una pubblicazione della Cipra (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi) ammoniva che meno del 10% dei corsi d’acqua delle Alpi versava in condizioni di naturalità (ed era appunto il lontano 1992). Ricordo anche – per quello che può valere e può essere utile anche ai comitati – che il protocollo energia della Convenzione delle Alpi, che è legge dello Stato italiano, afferma che “esse (le parti contraenti fra cui appunto l’Italia) si impegnano inoltre a salvaguardare il regime idrico nelle zone di vincolo idropotabile, nelle aree protette con le loro zone cuscinetto, nelle zone di rispetto e di quiete, nonché in quelle integre dal punto di vista naturalistico e paesaggistico”. Detto altrimenti: un corso d’acqua che si inserisca in una zona paesaggisticamente integra non dovrebbe essere toccato.

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