La recente sentenza in Usa che ha riconosciuto Monsanto colpevole per non aver informato sui rischi del glifosato un malato terminale per linfoma non-Hodgkin, condannandola ad un risarcimento colossale, ha riacceso l’attenzione sull’erbicida, già al centro di pesanti polemiche, comprese quelle scientifiche . Nel 2017 in Europa furono raccolte più di 1 milione e 300.00 firme per impedirne il rinnovo, in Italia è attiva da anni la Coalizione Stop Glifosate e il contrasto all’erbicida è diventato il simbolo della lotta all’agricoltura industriale il cui fallimento è ormai riconosciuto. Ma perché tanta attenzione?

Il glifosato muove interessi enormi: è il pesticida più diffuso al mondo ed è strategico nella produzione di prodotti Ogm; negli Usa dal 1974 al 2014 la produzione annua è passata da 400 t a 113.000 t, si stima che a livello mondiale su ogni ettaro coltivato mediamente se ne utilizzi 0,5 kg. In Italia nel 2012 ne sono state vendute 1795,1 tonnellate (fonte Sian), con la percentuale più alta (14,8 %) tra tutti i presidi chimici venduti nel  nostro paese, dove continua ad essere ampiamente usato in agricoltura e non solo. E’ Pistoia la capitale italiana del glifosato, “grazie” ai vivai dove l’erbicida è usato in modo sistematico e provoca un pesantissimo inquinamento delle acque superficiali con livelli di pesticidi oltre 30 volte i limiti previsti.

Sugli effetti del glifosato va chiarito che il prodotto commerciale, comunemente usato, per la presenza di altre sostanze è molto più tossico del solo principio attivo, ma è solo su quest’ultimo che vengono condotte le valutazioni tossicologiche da parte delle agenzie regolatorie europee. Tuttavia anche il principio attivo non è “acqua fresca”: il glifosato è un potente inibitore degli enzimi “shikimate pathway” presenti in tutte le specie viventi ad eccezione dei mammiferi; per tale motivo fu ritenuto innocuo per l’uomo, dimenticando però che il microbiota, essenziale per la nostra salute, risulta gravemente alterato dall’erbicida che contamina il cibo. Il glifosato inibisce l’attività enzimatica anche del citocromo P450 (CYP), questo presente in tutti i viventi ed essenziale nei processi metabolici di detossificazione, che risultano così inadeguati nella eliminazione di tossine.

Sono ben noti i sintomi nell’uomo per esposizione acuta: occhi gonfi, bruciore, intorpidimento del viso, vesciche, rapida frequenza cardiaca, innalzamento pressorio, difficoltà respiratorie etc. Più subdoli, ma non meno importanti le conseguenze  per esposizione a dosi piccole e ripetute nel tempo perché, specie nella formulazione commerciale, il glifosato agisce come interferente endocrino, condizionando la sintesi di ormoni sessuali e aumentando il rischio di malformazioni, abortività ed insufficenza renale.

Limitarsi, quindi, alla sola azione cancerogena, la sola di cui si parla, appare davvero riduttivo, anche se, tuttavia, è interessante approfondire le motivazioni delle divergenti valutazioni fra Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) ed Efsa (Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare) a questo proposito. La Iarc nel 2015 ha valutato il glifosato come 2A, ovvero “cancerogeno probabile”, in particolare per l’insorgenza di linfomi non-Hodgkin, la patologia della recente sentenza; la valutazione 2A è molto spesso l’anticamera del passaggio al livello 1 (cancerogeno) e va quindi tenuta nella massima considerazione. Dopo 6 mesi l’Efsa ha, viceversa, dichiarato che è “improbabile che il glifosato costituisca un pericolo di cancerogenicità per l’uomo”, giudizio confermato nel marzo 2017 anche dall’Echa (Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche) che ha tuttavia riconosciuto la sostanza fortemente irritante per gli occhi e dannosa per la vita acquatica.

Sia Efsa che Echa hanno basato le loro valutazioni sul parere fornito dall’Istituto Feder­ale Tedesco per la Valutazione del Rischio (BfR) individuato dall’Ue come responsabile del processo di valutazione. Il BfR, diversamente dalla Iarc, non ha preso in esame studi pubblicati su riviste scientifiche sottoposte a revisione, ma studi non pubblicati, condotti sul solo principio attivo dalla industria produttrice ed in modo molto spesso opaco. Sconvolgenti addirittura le manipolazioni operate da Monsanto per screditare gli scienziati che denunciano la pericolosità dell’erbicida, i conflitti di interesse fra alcuni estensori del parere, fino ad arrivare alla clamorosa denuncia che il capitolo dell’Efsa sugli effetti sulla salute umana del glifosato è stato copiato, dal dossier di Monsanto.

Presso l’Istituto Ramazzini  sono in corso studi sul glifosato per valutarne l’azione cancerogena, neurotossica, di interferenza endocrina, sul microbioma, di tossicità a lungo termine, prenatale e transgenerazionale: studi molto importanti perché totalmente indipendenti, ma crediamo che quanto già si sa sui danni prodotti da un modello agricolo basato sulla chimica sia sufficiente per abbandonarlo. Questa sentenza è certamente di buon auspicio.

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