“La sequenza di crolli di infrastrutture stradali italiane sta assumendo, da alcuni anni, un carattere di preoccupante regolarità“. Lo sottolinea in una nota l’Istituto di tecnologia delle costruzioni (Itc) del Cnr. “L’elemento in comune è l’età (media) delle opere: gran parte delle infrastrutture viarie italiane (i ponti stradali) ha superato i 50 anni di età, che corrispondono alla vita utile associabile alle opere in calcestruzzo armato realizzate con le tecnologie disponibili nel secondo dopoguerra (anni ’50 e ’60)”, continua l’Istituto. In pratica”decine di migliaia di ponti in Italia hanno superato, oggi, la durata di vita per la quale sono stati progettati e costruiti”.

E in moltissimi casi “i costi prevedibili per la manutenzione straordinaria che sarebbe necessaria a questi ponti superano quelli associabili alla demolizione e ricostruzione: le cifre necessarie per l’ammodernamento dei ponti stradali in Italia sarebbero espresse in decine di miliardi di euro”.  Come ben sanno, oltre che nelle concessionarie autostradali come quella dei Benetton titolare della A10, anche all’Anas cui fa capo la manutenzione di oltre 26mila chilometri di strade. L’ingegner Fulvio Soccodato, responsabile dell’assetto rete di Anas lo aveva detto in modo molto chiaro nel maggio 2017 a ilfattoquotidiano.it: “C’è ancora una distanza molto elevata tra il fabbisogno e quanto abbiamo a disposizione per la manutenzione straordinaria. Rileviamo un fabbisogno medio di 2,5 miliardi all’anno per la messa in sicurezza e il miglioramento della rete stradale, mentre il nuovo piano degli investimenti ne ha stanziati 1,1 (l’anno, ndr) per il triennio 2017-19“.

I ponti ricostruiti, inoltre, “sarebbero dimensionati per i carichi dei veicoli attuali, molto maggiori di quelli presenti sulla rete stradale italiana nella metà del secolo scorso”. Secondo l’Itc del Cnr, quindi, “per evitare tragedie come quella accaduta stamattina sarebbe indispensabile una sorta di “piano Marshall” per le infrastrutture stradali italiane, basato su una sostituzione di gran parte dei ponti italiani“.

Quanto alla casistica, l’istituto ricorda che nel luglio 2014 è crollata una campata del viadotto Petrulla, sulla strada statale 626 tra Ravanusa e Licata (Agrigento), “spezzandosi a metà per effetto della crisi del sistema di precompressione”. Nell’ottobre 2016 è invece crollato un cavalcavia ad Annone (Lecco) per effetto di un carico eccezionale incompatibile con la resistenza della struttura, “che però è risultata molto invecchiata rispetto all’originaria capacità”. Nel marzo 2017, poi, è crollato un sovrappasso dell’autostrada adriatica, “ma per effetto di un evento accidentale durante i lavori di manutenzione”. Un mese dopo è invece venuta giù una campata della tangenziale di Fossano (Cuneo), spezzandosi a metà in assenza di veicoli in transito e con modalità molto simili a quelle del viadotto Petrulla. Il crollo del ponte Morandi è quindi solo l’ultimo di una serie di eventi.

“Il problema ha dimensioni grandissime”, sottolinea il direttore dell’istituto Antonio Occhiuzzi che calcola il costo di un ponte in circa 2.000 euro al metro quadrato per una superficie media di 800 metri quadrati. E siccome vanno sostituiti “gran parte dei ponti italiani con nuove opere caratterizzate da una vita utile di 100 anni, così come avvenuto negli anni ’50 e ’60, d’altra parte, le ripercussioni positive sull’economia nazionale, ma anche quelle sull’indebitamento, sarebbero significative”.

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